Savona. Il naufragio dello yacht “Kiss”, che l’11 gennaio del 2011 rischiò di affondare sei miglia al largo delle rada di Vado, fu doloso, ma le tre persone finite a giudizio per l’incidente sono state assolte perché il fatto non sussiste.
I giudici del Collegio di Savona, pur avendo riconosciuto che durante il dibattimento sia “emerso in modo evidente” che il naufragio fosse di natura dolosa, hanno ritenuto che non ci sia stato nessun pericolo per la pubblica incolumità, uno degli elementi costitutivi previsti dal reato che era contestato agli imputati (difesi dagli avvocati Egon Bianchi, Alain Barbera, Massimiliano Ferro).
Nelle motivazioni della sentenza si fa notare proprio che, alla luce delle condizioni nelle quali l’incidente del Kiss è avvenuto, non c’è stato nessun pericolo per la pubblica incolumità. Di qui la scelta di assolvere Pasqualino F., milanese, l’armatore, Luigi F., di Napoli, la persona alla quale era affidata la barca, e Moreno M., che quel giorno era al timone, per i quali il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a cinque anni e due mesi di reclusione ciascuno.
Non è da escludere che proprio il pm decida di impugnare la sentenza. Secondo la Procura infatti non c’erano dubbi che il quasi affondamento fosse un piano studiato ad hoc per liberarsi dell’imbarcazione in leasing ed incassare la polizza assicurativa. Il “Kiss” non si inabissò soltanto per puro caso: una motovedetta dei vigili del fuoco infatti stava facendo un’esercitazione poco distante e riuscì ad intervenire in tempi brevissimi salvando la barca in extremis.
Subito dopo l’incidente gli uomini della sezione operativa navale della guardia di finanza e della guardia costiera avevano svolto una serie di accertamenti per chiarire quello che era accaduto. Sullo yacht, finito sotto sequestro (e che nel frattempo è stato macerato), era anche stata effettuata una perizia secondo cui c’era stata una rottura dolosa dei tubi di collegamento delle prese a mare dei due motori. Inoltre, sempre dalle verifiche tecniche, era emerso che i dispositivi di sicurezza per le acque di sentina erano stati disattivati. Elementi che avevano rafforzato l’ipotesi accusatoria della Procura che aveva quindi indagato a piede libero per naufragio doloso l’armatore, Pasqualino F., 47 anni, milanese, e i due membri dell’equipaggio, Moreno M., e Luigi F., che quel giorno erano a bordo.
L’inchiesta aveva anche accertato che l’imbarcazione era stata assicurata con una polizza da 600 mila euro (secondo la Procura un valore di quattro volte superiore a quello reale).









