Albissola Marina. Nell’ambito delle attività di promozione e studio critico e storiografico dell’opera di Angelo Ruga (Torino 1930 – Clavesana 1999) dal 29 maggio al 4 settembre nello spazio espositivo Lavanderia, in via Stefano Grosso 49, l’Associazione Culturale “Angelo Ruga” invita a visitare la mostra “Gioco informale – Angelo Ruga”, curata dall’associazione stessa insieme a Daniele Panucci. La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al giovedì su appuntamento, il venerdì dalle ore 21 alle 23, il sabato dalle 17 alle 19.
Fin dai suoi esordi in Italia a inizio Novecento la fantasia degli artisti è stata spesso condizionata dal gioco del calcio, sintesi perfetta di emozioni, dinamismo, velocità e spettacolo. Tra coloro che in ambito nazionale hanno affrontato il tema ci fu anche il maestro torinese Angelo Ruga, ricordato dagli albissolesi non solo come artista ma anche come abile e altrettanto umile allenatore delle giovanili della squadra locale.
Il suo rapporto con il mondo del pallone ha origini lontane: da ragazzino giocò nelle giovanili della Juventus, nonostante la sua fede “granata”, poi il calcio lo portò dapprima in Basilicata, tra le fila del Potenza, poi nel Centro Italia fra Toscana, Umbria e Marche, infine ad Albissola Marina, dove venne chiamato a giocare nell’estate 1954. Grazie alle esperienze albissolesi al fianco dei grandi maestri che vi lavoravano e con il successivo ritorno a Torino, due anni più tardi, Ruga si stava consacrando come ascendente protagonista nel panorama dell’arte informale. La sua promettente carriera artistica mise in secondo piano quella da calciatore ma l’interesse per il pallone, antica passione, non venne mai meno.
In parallelo rispetto alle ricerche grafico pittoriche sui Giochi (1985 – 1990) il calcio, che prima di allora non era mai entrato in maniera pregnante nella produzione artistica di Ruga, pur avendo rivestito una grande importanza nella sua vita, fa la sua apparizione probabilmente ispirato dalla Coppa del Mondo del 1986. L’artista iniziò una serie di disegni e dipinti dedicati agli stadi, caratterizzati dalla comune forma ellittica ereditata dal modello delle teste de “Le bimbe di Terezín”, affrontati sinteticamente e in maniera espressiva e tensionale piuttosto che naturalistica o descrittiva.
Esporre le ricerche figurative sul calcio condotte con maestria e introspezione dall’artista torinese in questo preciso momento storico risulta ancora più significativo: l’attenzione si sposta dal rettangolo di gioco, dove si dovrebbero sfidare gli idoli delle masse, agli spalti gremiti di festanti supporter, tenuti lontani dagli stadi da oltre un anno a causa dell’emergenza epidemiologica, per ricordarci ancora una volta che “il calcio è dei tifosi”.
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