Liguria. Il presidente della Regione Giovanni Toti è pronto ad aprire di nuovo le porte al deputato della Lega Edoardo Rixi, assolto in secondo grado nel processo sulle “spese pazze” insieme ad altri 18 imputati accusati di peculato e falso? Voci di corridoio dicono che il presidente – sebbene a sei ore dalla sentenza non abbia scritto nemmeno un tweet o un post – sia pronto a questa azione.
Il deputato e segretario ligure della Lega assolto, tuttavia, dopo aver fatto tanti passi indietro si tiene ben stretto il suo posto a Montecitorio, una posizione strategica che un domani potrebbe diventare trampolino di lancio verso qualcos’altro.
“Visto il primo grado non me lo aspettavo anche se confidavo nella giustizia, nel fatto di non aver mai commesso peculato nei confronti dell’ente regionale – commenta a caldo Rixi, circondato dai suoi nella sede genovese della Lega in via Macaggi, dopo aver appreso l’esito della sentenza da casa -. Ero convinto della mia innocenza. Oggi si è semplicemente ribadito come stavano le cose, cioè che noi ci siamo comportati secondo la norma regionale”.
Di passi indietro il numero uno del Carroccio in Liguria ne ha fatti tanti. Nel 2015 sgomberò il campo alla candidatura di Giovanni Toti, che vinse e gli offrì un posto in giunta. Due anni dopo un’altra rinuncia, quella alle comunali di Genova, che videro trionfare Marco Bucci sull’onda di una forte spinta leghista. Nel 2018 il riscatto politico con l’elezione alla Camera e la nomina a viceministro dei Trasporti per controbilanciare il grillino Danilo Toninelli nel governo gialloverde. Quindi la condanna in primo grado e quelle dimissioni spontanee accettate da Salvini anziché da Conte.
Qualche rammarico c’è, ovviamente. “Darei di nuovo le dimissioni – commenta – perché in quel momento era l’unica cosa da fare, così come avevo detto subito che era inopportuna una mia entrata nel governo attuale visto che dopo poco più di un mese ci sarebbe stata la sentenza di secondo grado. Detto questo, se la sentenza fosse stata diversa, non mi sarei dimesso e probabilmente, oltre al decreto Genova, avrei potuto fare altre cose per la Liguria e per l’intero Paese. Ma ora è meglio guardare al futuro che recriminare sul passato”.
Il filo logico del ragionamento suggerisce che, se la crisi del governo Conte fosse arrivata un mese dopo, per Rixi si sarebbero spalancate le porte del governo. Eventualità che potrebbe tornare attuale dopo le prossime elezioni, nel caso in cui il centrodestra riuscisse a incassare i numeri per tornare al comando. Anche se nel frattempo lo scenario potrebbe cambiare completamente. Chissà, ad esempio, se Toti lascerà anzitempo la Regione per salire su un treno romano, e chissà in quel caso chi sarà il prossimo candidato in Liguria.
“Sicuramente se non avessi avuto il processo la vita sarebbe stata diversa – ribadisce Rixi – ma questo processo mi ha fatto conoscere nel bene e nel male dei mondi che non avevo mai conosciuto, e credo che facendo politica sia giusto confrontarsi a tutti i livelli per capire cosa funziona e cosa non funziona nel nostro sistema, e cosa magari si può fare per migliorarlo. Tutto fa esperienza, oggi però mi piace guardare il futuro con speranza ed essere positivo”.
Tutto, ovviamente, è subordinato a un’eventuale ricorso in Cassazione da parte della Procura. “C’è un’assoluzione a formula piena. Mi auguro che la vicenda finisca qua anche perché è iniziata nel 2012 e penso sia già durata abbastanza. E ha comportato in passato delle scelte difficili e dei momenti difficili anche per la mia vita familiare. È un momento in cui voglio guardare al futuro pensando che ci sia alla fine una giustizia che trionfa e la possibilità di lavorare per il bene della propria Regione, della comunità e del proprio Paese”.
Di sicuro i prossimi mesi Rixi li affronterà con un peso in meno. Resta però una recriminazione. Se è vero che le dimissioni dopo la condanna in primo grado sono state una libera scelta, non è stato così per alcuni sindaci costretti a lasciare l’incarico benché assolti in appello: “Da sempre ritengo la legge Severino ingiusta, anche la Corte europea. Si può decidere se uno è colpevole o innocente, ma finché non c’è il verdetto finale ritengo sia improprio costringere a delle dimissioni. Forse bisognerebbe anche pensare che i processi dovrebbero durare di meno, quattro-cinque anni massimo, e non avere un primo grado dopo nove anni”.
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