Loano/Savona. “Secondo me è troppa la voglia di uscire da questa quarantena. Capisco che chi non opera in sanità fatichi a rendersi conto che il problema c’è ancora, ma dobbiamo capire che ‘non è finita’. La voglia di riaprire è corretta, la necessità di ripartenza è legittima ma è indispensabile continuare a seguire le regole”.
Da giorni la Fase 2 tiene banco dappertutto: chi vuole riaprire, chi vorrebbe rimandare, chi ha paura di fallire e chi di ammalarsi. Le “timeline” delle varie ripartenze si susseguono, tra proclami reali e post fake. Una cosa è chiara a tutti: dopo 2 mesi di quarantena, tenere le persone in casa sta diventando sempre più complicato. E quindi è diventato inevitabile allentare la morsa. Ma c’è chi lancia l’allarme sui rischi di un ritorno troppo frettoloso alla vita normale.
E’ la dottoressa Federica Debenedetti, un medico che ha vissuto (e sta vivendo) l’emergenza al timone di non una, ma ben due strutture per soggetti fragili, ossia quelle che subito dopo gli ospedali si sono rivelate le “trincee” della battaglia al Covid. Debenedetti infatti è direttrice sanitaria sia della Rp Madre Rubatto di Loano, che fa capo alle suore Cappuccine, sia dell’Hospice Rossello di Savona (gestito dalle Suore della Misericordia). Due strutture diverse tra loro (la prima è una “normale” casa di riposo, con 62 ospiti e 57 operatori, la seconda invece è dedicata ai malati terminali oncologici e ospita solo 10 persone) ma con un comune denominatore: entrambe sono “Covid-Free”, ossia sono riuscite a tenere il Coronavirus fuori dalla porta.
“Ma non è solo merito nostro – si schermisce la direttrice – Certo, noi abbiamo fatto la nostra parte: a Loano abbiamo serrato i battenti già il 24 febbraio, messo subito in atto il distanziamento sociale e fornito mascherine a tutti. Il personale è rimasto tutto in servizio per poter controllare al meglio il rispetto delle precauzioni da parte delle ospiti, che sono autonome e quindi hanno bisogno di una ‘sorveglianza’ più elevata. Ma in realtà in gioco ci sono tanti fattori. Diciamo che ‘finora non abbiamo avuto casi’, ma guai a pensare che sia finita“.
Il messaggio della dottoressa, infatti, è proprio quello: riaprire sì, ma con estrema cautela. E gradualità. “Non deve passare l’idea che le criticità sanitarie siano finite, non è così – spiega – Non ne siamo ancora usciti. Capiamo che al tessuto economico serva una riapertura, ma il virus è ancora in circolazione. La difficoltà più grande sarà far capire alle persone che allentiamo la morsa perchè è una esigenza sociale ed economica, ma il pericolo c’è ancora e per questo non dovremo perdere di vista le necessità sanitarie”.
“Anche come strutture dobbiamo ragionare su come gestire la riapertura, servirà grande cautela – avverte Debenedetti – e l’impiego di tutte le precauzioni che possano rivelarsi utili. Non possiamo lasciare le nostre ospiti ‘in balia della riapertura’. Ci stiamo attrezzando: abbiamo messo paratie di plexiglass tra i tavoli nella sala pranzo, abbiamo creato un triage esterno per lo screening della temperatura in previsione del ritorno dei parenti. Ci sono persone che non vedono la madre da due mesi: comprensibilmente ci aspettiamo la coda fuori dalla struttura”.
“Abbiamo fatto videoconferenze periodiche con Asl2 e Alisa, anche loro ci hanno ribadito l’importanza di ingressi contingentati” prosegue. La ricetta, conclude la dottoressa, non può che essere una: “La struttura per noi è una grande famiglia. La direzione ci ha supportato, perchè trattandosi di un istituto religioso l’attenzione al fragile fa parte del loro carisma; e gli operatori hanno fatto squadra, tutti. Hanno messo lo stesso impegno e responsabilità che avrebbero usato a casa loro per tutelare la propria famiglia”. La stessa attenzione che servirà da parte di tutti, ovunque, per non trovarci già il 1 maggio a dover fare dietrofront.
