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Liguria del gusto

Alle origini del Pigato: quando ancora “senza nome” compariva nelle storielle del Podestà

Elisa e Stefano Pezzini
27 Marzo 2020 alle 9:01
27 Marzo 2020
Alle origini del Pigato: quando ancora “senza nome” compariva nelle storielle del Podestà
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"Liguria del gusto e quant'altro" è la rubrica gastronomica di IVG, ogni lunedì e venerdì

Una scoperta simpatica, che mette un altro mattoncino nel lungo lavoro di ricerca per stabilire, una volta per tutte, quando il Pigato, eccelso vino vanto di Riviera, fu battezzato tale. Sappiamo, infatti, che il primo a venderlo imbottigliato con il nome Pigato fu, a metà degli Anni ’50 dello scorso secolo, Rodolfo Gaggino ad Ortovero. Prima di allora? La prima testimonianza scritta conosciuta ad oggi risale agli Anni ’30, sempre del ‘900. Il nome compare in casa Anfossi, a Bastia d’Albenga, in un menù di Natale ad uso e consumo dei famigliari. Milly Reale Anfossi (dimenticata eppure importante storica ed etnografa, capace di scoprire e capire l’importanza delle grotte di Castellermo, montagna sacra, versante della Val Pennavaire, per la ricostruzione della preistoria del Ponente) scrisse non solo le portate, ma anche i vini in accompagnamento, compreso il Pigato.

E proprio da casa Anfossi arriva la simpatica scoperta che l’amico Mario Anfossi ha voluto condividere. “E’ un libretto scritto a macchina e disegnato da mio nonno Antonio quando era podestà di Arnasco, Vendone ed Onzo. E’ un insieme di storielle frutto di fantasia, scritto nell’italiano dell’epoca e che, in qualche caso, sembrano inquietanti”, racconta. Il titolo del libretto è “Tutto fa (pure lu baccalà è pisce) ovverosia Podestaria aguzza lo ingegno. Racconti autarchici”. Racconta la strana storia del Podestà che riceve, nella sua abitazione di Bastia, un segretario comunale zelante e noioso. Il Podestà, però, pensa soprattutto a come sbianchire il vino bianco sistemato per errore in una botte che aveva custodito il rosso. Per sbiancarlo ci vorrebbe del carbone animale, e il Podestà trova una soluzione inaspettata…

L’importante, per il Pigato, è il disegno fatto dallo stesso Antonio Anfossi, lui, nelle vesti di Podestà, accanto ad una botte con la scritta dell’anno, 1925 (III dell’era fascista) e quella del vino: “Campochiesa bianco”, che per la descrizione fatta nel racconto “col suo magnifico splendore giallo dorato che costituiva uno dei suoi migliori pregi”: il Pigato!, che nel 1925 non era stato ancora battezzato!

“Liguria del gusto e quant’altro” è il titolo di questa rubrica curata da noi, Elisa (alla scrittura) e Stefano (alle ricerche), per raccontare i gusti, i sapori, le ricette e i protagonisti della storia enogastronomica della Liguria. Una rubrica come ce ne sono tante, si potrà obiettare. Vero, ma diversa perché cercheremo di proporre non solo personaggi, locali e ricette di moda ma anche le particolarità, le curiosità, quello che, insomma, nutre non solo il corpo ma anche la mente con frammenti di passato, di cultura materiale, di sapori che si tramandano da generazioni. Pillole di gusto per palati ligustici, ogni lunedì e venerdì: clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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