Savona. Non solo ha confermato di aver commesso le tre rapine che la polizia gli contestava già, ma si è anche assunto la responsabilità di altre due rapine in banca avvenute nel maggio scorso in provincia di Torino, una delle quali a Venaria Reale. E’ la novità emersa questa mattina nel corso dell’interrogatorio di Giulio Campanale, 62 anni, finito in manette lunedì dopo la rapina alla Banca Carisa di Corso Vittorio Veneto a Savona.
Dopo averlo interrogato il gip Fiorenza Giorgi, come era prevedibile, ha convalidato l’arresto e confermato la misura di custodia cautelare in carcere. Proprio alla luce delle sue dichiarazioni, la prossima settimana, il rapinatore verrà ascoltato dal pm Chiara Venturi che raccoglierà la sua “confessione”.
Campanale, che risultava residente a Torino, ma, di fatto, da tempo era domiciliato a Savona, oltre che della rapina alla Carisa delle Fornaci, deve rispondere anche di altre due rapine avvenute di recente nel savonese: l’assalto alla banca Carispezia di via Guidobono dello scorso 24 marzo e quella avvenuta alla Carige di Varigotti lo scorso 24 maggio.
All’indomani delle prime due rapine, gli agenti della Polizia di Stato avevano avviato un’indagine ad ampio raggio per ricostruire nel dettaglio il modo di agire e le caratteristiche del malvivente che le aveva messe in atto. Ciò aveva permesso inizialmente di restringere la cerchia dei possibili colpevoli e successivamente di arrivare all’identificazione dell’autore degli assalti (che era anche stato segnalato all’autorità giudiziaria).
Le testimonianze e gli elementi investigativi messi insieme dagli investigatori subito dopo la rapina alla Carisa di corso Vittorio Veneto di lunedì hanno convinto gli agenti che si trattava della stessa mano. E così, a poche ore dalla rapina, gli agenti della Squadra Mobile della polizia avevano messo in atto un’imponente operazione per cercare di rintracciare il bandito.
Campanale era stato individuato verso le 19.30 (cioè pochissime ore dopo il colpo) mentre si trovava in piazza Marconi in compagnia della fidanzata, una cittadina di origine cinese. Gli agenti non lo avevano fermato subito, ma lo avevanoo pedinato fino alla sua abitazione in via Chiodo, nei pressi della Darsena. Qui avevano fatto scattare il blitz e lo avevano fermato.
I poliziotti avevano perquisito l’abitazione di Campanale, ma senza trovare nulla di rilevante. A questo punto avevano passato al setaccio la sua auto, una Fiat Punto: qui, all’interno del vano che custodisce la ruota di scorta, nel bagagliaio, gli agenti avevano trovato il bottino della rapina. A questo punto erano scattate le manette.
Una volta scortato in Questura, l’uomo aveva ammesso di essere l’autore delle rapine e aveva spiegato di essersi disfatto degli abiti e della pistola utilizzati nell’ultimo assalto gettandoli in un cassonetto di via Gramsci (dove poi sono stati recuperati).
Secondo quanto accertato dagli inquirenti, Giulio Campanale è un rapinatore “di professione”, molto attento e scaltro (tanto da cambiare spesso appartamento, in modo da risultare difficilmente reperibile). Dopo ogni colpo si disfaceva degli abiti e delle armi utilizzate e cercava di lasciare dietro di sé meno indizi possibili. Metteva a segno un colpo ogni due mesi circa, ovvero ogni volta che aveva bisogno di denaro.









