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“Omicidi savonesi”: l’eccidio della prigione di Finalborgo

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“Omicidi savonesi”: l’eccidio della prigione di Finalborgo
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Nuovo appuntamento con gli “omicidi savonesi” di Robert Nicolick: questa volta è il turno dell’eccidio di Finalborgo, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A Finalborgo esiste un complesso monumentale, è quello di Santa Caterina che risale al 1400. Molto interessante è il torrione al cui interno vi sono ancora adesso, molto ben conservate, una dozzina di celle, con le inferriate e con i portoncini a chiavistello, lo spioncino e soprattutto senza finestre il che impediva ai detenuti di vedere al di fuori. Le celle sono davvero anguste, misurano due metri per 1,40. Il complesso e anche la prigione sono visitabili e si possono notare sulle pareti delle camerette le scritte incise sulle pareti dai prigionieri.

Nel luglio del 1945, questa prigione ospitò, temporaneamente, undici prigionieri appartenenti a vario titolo alla R.S.I. tutti erano stati giudicati dalla Corte di Assise Speciale di Savona e condannati a pene diverse, tre di essi alla pena capitale e gli altri otto a detenzioni carcerarie di alcuni anni.

I detenuti politici erano quindi stati trasferiti a Finalborgo dal Carcere di S. Agostino di Savona per motivi di sicurezza, infatti qualcuno a fine giugno, aveva lanciato una bomba a mano all’interno del cortile del penitenziario di Savona, ferendo dei prigionieri ed uccidendone due. Si pensava che a Finalborgo i Repubblichini sarebbero stati al sicuro.

Ma non era finita: il 1 luglio del 1945 verso sera, alcuni automezzi pesanti, due camion e alcune autovetture giunsero a Finalborgo, ne scesero una trentina di uomini armati, con la divisa di partigiano, si fecero aprire con modi autorevoli il carcere dallo scarso personale penitenziario e mostrando un ordine di prelevamento si portarono via tutti i detenuti.

Il documento di prelevamento era autentico come autentici erano i timbri apposti sui fogli che evidentemente erano stati trafugati dagli uffici, i quali non sapevano nulla di questo prelevamento, quindi si trattava di una attività illegale, i detenuti infatti erano già stati giudicati da un tribunale regolare e dovevano scontare la pena che gli era stata comminata ma qualcuno aveva deciso altrimenti.

Gli abitanti delle case adiacenti alla prigione, sentirono il trambusto, e videro gli uomini armati che caricavano sui mezzi i prigionieri ma nessuno si interessò di sapere dove sarebbero stati portati i prigionieri. Erano tempi bui in cui la legge era assente, lo stato quello di diritto non era presente. Intervenire a difesa di prigionieri, in più fascisti, sarebbe stato molto rischioso.

Prigionieri e rapitori scomparvero senza lasciare traccia sui camion che si allontanarono in direzione di Rialto. Un quotidiano locale ipotizzò allegramente che a portare via gli ex fascisti fossero stati i loro ex camerati per impedire che scontassero le pene della Corte di assise Speciale, ma non era andata così.

Nessuno dei detenuti venne più ritrovato nonostante le indagini dei Carabinieri, poi nel febbraio del 1953, casualmente, fu trovata dai Carabinieri una fossa comune nei boschi intorno a S. Ermete. Quella è una località nell’entroterra che domina Vado Ligure, una zona famigerata, abitualmente utilizzata dai partigiani comunisti per eliminare gli ex fascisti e per farvi sparire i corpi delle vittime. Una zona denominata Campo Stringhini o in altre occasioni Campo dei Francesi dove erano e sono tuttora sepolti molti resti di repubblichini.
Furono effettuati degli scavi e all’interno della fossa vennero trovati, guarda caso, i resti di 11 corpi.

Si procedette alla identificazione dei resti e si appurò senza ombra di dubbio che i cadaveri appartenevano ai prigionieri di Finalborgo, tutte figure di spicco nella organizzazione militare della R.S.I., e quindi particolarmente odiate dai partigiani comunisti che evidentemente volevano chiudere i conti una volta per tutte: Raimondi Alberto ufficiale delle Brigate Nere classe 1921, Zunino Alberto anch’esso Brigata Nera classe 1916, Revelli Carlo sottocapo della Div. San Marco classe 1923, Grosso Antonio semplice squadrista delle Brigate Nere classe 1897, Benedetti Natale un poliziotto, agente di Pubblica Sicurezza classe 1918, Possenti Luigi Capitano della Guardia Nazionale repubblicana nonché responsabile della Gioventù Italiana del Littorio Classe 1916, Genovesi Giacomo Ufficiale delle Brigate Nere Classe 1920, Mazzanti Mario maresciallo della Div. San Marco Classe 1910, Ghibaudo Antonio squadrista delle Brigate Nere Classe 1981, Roveda Ernesto squadrista delle Brigate Nere Classe 1890.

Nel corso dell’esame autoptico dei resti, si appurò che tutti i corpi presentavano ferite di arma da fuoco, che tutti avevano i polsi immobilizzati dietro la schiena con dei cavi telefonici, tutti tranne Possenti a cui era stato riservato un trattamento “di favore”, infatti era stato incaprettato e sopra al suo torace qualcuno aveva gettato un pesante macigno.

Possenti era particolarmente inviso ai Partigiani Rossi e il rancore aveva spinto gli assassini a seppellire quest’ultimo ex fascista agonizzante e ancora vivo, forse perchè era già scampato ad un attentato e questa volta volevano essere sicuri che morisse nel modo adeguato.

Il prete che presenziò alla esumazione, osservando quello che era stato fatto ai corpi disse che sarebbe stato molto difficile perdonare gli assassini che non vennero mai scoperti ed arrestati, ma tutti a Finale Ligure sapevano e sanno ancora ora, chi commise il massacro, la maggior parte della banda si è portato il segreto nella tomba ma qualcuno è ancora vivo e a causa dell’età, ogni tanto, al bar si lascia andare a delle piccole confidenze, però nessuno lo prende sul serio, pensando ad una demenza senile.

Andrea Chiovelli
12 Maggio 2016 alle 8:35
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