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“Gialli savonesi”, l’eccidio della famiglia Navone di Leca d’Albenga

Continua il viaggio negli “omicidi savonesi”, le storie che hanno insanguinato la provincia di Savona dall’inizio del ‘900

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“Gialli savonesi”, l’eccidio della famiglia Navone di Leca d’Albenga
Foto di repertorio
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Albenga. Continua il viaggio negli “omicidi savonesi”, le storie che hanno insanguinato la provincia di Savona dall’inizio del ‘900. Questa volta Roberto Nicolick racconta l’eccidio della famiglia Navone di Leca d’Albenga.

Era una prassi scellerata quella di eliminare completamente, giustiziandoli sommariamente, interi nuclei famigliari che a discrezione dei partigiani, fossero giudicati collaborazionisti dei Repubblichini, la stessa cosa se il nucleo avesse un orientamento politico fascista.
A Savona fu sterminata la famiglia Turchi in località Ciatti, a Natarella, sempre Savona, scomparve la famiglia Biamonti domestica compresa e ad Albenga, fu massacrata in modo plateale la famiglia Navone, formata da ben otto elementi, in Leca di Albenga una frazione di Albenga.
Fu un fatto orrendo di cui oggi , come allora, non si parla assolutamente, preferendo focalizzare l’attenzione sugli eccidi commessi dai Nazi fascisti alla foce del Centa, alle cui vittime deve essere portato rispetto e ne deve essere alimentato il ricordo, senza tuttavia dimenticare le altre vittime dell’odio e della intolleranza.
La famiglia Navone era composta dal capofamiglia Giovanni, nativo di Villanova ma residente a Leca, una frazione adiacente alla cittadina Ingauna. Egli era uno squadrista convinto, aveva partecipato alla nascita del fascismo in Liguria e in seguito aveva aderito alla Repubblica Sociale , sessantacinquenne, era un tipo deciso, aveva un curioso soprannome, “pipetta”, poi c’era la moglie Maria Danielli, una casalinga tutta dedita alle faccende domestiche, di 56 anni, c’erano ben quattro figlie, Rosa, Bice, Rita e Irene , rispettivamente di 36, 35, 28 e 20 anni, e un figlio sedicenne Leo, colpevole di non si sa cosa, forse solo del fatto di appartenere ad una famiglia con spiccate simpatie Repubblichine.
In quei giorni, era presente al momento dell’eccidio anche una nuora di Giovanni Navone, Gina Fanucci di 31 anni, anch’essa venne accomunata nella carneficina dei Navone, la sua colpa quella di aver sposato un figlio di Giovanni, Elso, deceduto qualche tempo prima in un incidente all’interno di una caserma di Albenga dove prestava servizio nella Guardia Nazionale Repubblicana.
Questa strage, che nulla aveva a che fare con la Liberazione, fu accreditata ufficialmente come opera di ignoti. Albenga dal 1943, era un crocevia di violenze, personaggi con la divisa della gendarmeria Tedesca, ma che Tedeschi non erano, imperversavano sulla popolazione civile che ne era terrorizzata.
All’indomani del 25 aprile 1945 iniziarono le vendette che secondo un teorema morale avrebbero dovuto riscattare da 20 anni di oppressione e violenze fasciste. In realtà ai vecchi dominatori si erano sostituiti, almeno temporaneamente, altri soggetti dal mitra facile che volevano lavare il sangue con altro sangue.
Qualcuno addebitava a Giovanni Navone una attività di delazione, nello specifico a danno della fidanzata di un noto capo partigiano. La povera ragazza, arrestata dai nazisti subì delle sevizie e morì in seguito a queste torture.
Il capo partigiano, colpito negli affetti, colmo di odio vendicativo, si presentò la sera del 26 aprile 1945 probabilmente non da solo, alla porta della famiglia Navone, imbracciava un pesante fucile mitragliatore, forse un MP40 tedesco, con cui spesso si faceva fotografare mentre lo imbracciava, oppure un Thompson di fabbricazione Americana e senza andare tanto per il sottile, iniziò a sparare nel mucchio, freddamente e metodicamente, passando implacabile, da un bersaglio all’altro e scavalcando i corpi dei morti, subito freddò la moglie di Pipetta che gli aprì l’uscio, poi inseguì le ragazze che urlando di terrore cercavano di sfuggire alle raffiche, qualcuna cercò di nascondersi sotto il tavolo ma fu colpita anche lei ugualmente. Inseguì le sue vittime nelle camere da letto e le abbatté, quindi si trovò di fronte il capofamiglia e il ragazzino, Leo e con una lunga raffica, pressoché ininterrotta ammazzò anch’essi e per ultima freddò la nuora di Giovanni che si era rincantucciata tremante in un angolo.
In quella casa c’era anche un piccolo animale domestico, che venne ucciso anch’esso, forse per qualche pallottola vagante, oppure perchè c’era la volontà di annullare tutto di quella famiglia, dimostrando l’odio assoluto e la totale mancanza di sentimenti umani sfogando il proprio rancore su delle donne e su un adolescente e persino su un gatto.
Presumo che le sue vittime, implorarono pietà, mentre le mitragliava, ma lui non la concesse, mettendosi sullo stesso piano dei boia che avevano torturato e ucciso la sua fidanzata. Voleva solo vendicarsi, ed era arrivato a compiere quella strage senza nessuna indagine, basandosi solo su voci di paese, senza contare che se effettivamente ci fosse stata una spia nella famiglia Navone, non tutta la famiglia comunque doveva essere sterminata ma solo il responsabile.
Quando l’assassino si allontanò dal teatro dell’eccidio, lasciò dietro di sé una scena da film dell’orrore : sangue ovunque, sui muri, sul pavimento e sui mobili, corpi quasi smembrati dal calibro da guerra del fucile mitragliatore, odore pungente di cordite e tanta devastazione.
Quell’uomo che senza esitazione, sparse tanto sangue, senza chiedersi se fosse innocente, in seguito, fu insignito della medaglia d’argento al Valore Militare, non credo e spero non per questo episodio che ha solo del criminale.
Intervistato in una trasmissione televisiva degli anni 90 , ammise con freddezza ” qualcuno l’ho tolto di mezzo” , chissà se faceva riferimento alla famiglia Navone che massacrò senza pietà ? Come tanti altri partigiani, egli aveva un soprannome, che era tutto un programma : cimitero, nomen omen.
In seguito sparì dalle cronache e non fu più argomento di conversazione, invece i cadaveri con cui lui riempì i cimiteri, si.

Luca Berto
22 Agosto 2016 alle 19:09
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