Ho assistito con curiosità e interesse alcune settimane fa, a un pubblico dibattito tenuto presso la Sala Rossa del Comune di Savona, sul tema della cementizzazione della riviera, prendendo spunto dai due libri, “Il partito del cemento”di Marco Preve e Ferruccio Sansa e “Il fallimento perfetto” del giornalista del Secolo Bruno Lugaro. Presentatore e moderatore era l’Ing. Roberto Cuneo coadiuvato dallo stesso Lugaro.
Inchieste giornalistiche, indagini giudiziarie, intercettazioni telefoniche, sembrano alzare un velo su scenari sconcertanti ma, secondo me, neanche tanto imprevedibili. L’intreccio politico affaristico ha radici antiche nel savonese, come probabilmente in tante altre parti di Italia; figlio di una progressiva occupazione del bene pubblico da parte dei partiti di sinistra o di destra, si è di fatto tradotto in un’occupazione della stessa democrazia con conseguenze negative per la qualità dell’amministrazione e per le potenzialità di sviluppo del territorio.
Ora di là da fatti, che possano riguardare o meno le indagini delle autorità inquirenti, non è questo l’aspetto che più possa importare alla maggioranza dei cittadini savonesi, preoccupati per i gravi problemi economici, dell’insicurezza del lavoro, della difficoltà abitativa, del futuro dei propri figli, ma quello che li collega strettamente a quei fatti e del quale si sentono più o meno responsabili; quello di aver delegato ad altri, con il loro voto, scelte che condizioneranno la loro vita.
Essi hanno subito una sostanziale sottrazione di diritti, ben più grave perché, anche quando l’operato dei politici ha tutti i crismi della regolarità e legittimità, che secondo me li ha nella maggioranza dei casi, resta il fatto che l’apparato politico imprenditoriale marcia inesorabilmente verso l’attuazione di disegni precostituiti, che passano il vaglio d’istituzioni, il più delle volte, ridotto a un mero rituale, quando addirittura non diventano le stesse complici inconsce di marchingegni legislativi architettati ad hoc.
Non sto qui certamente ad attribuire lo stato delle cose più alla sinistra che alla destra, resta il fatto che la dialettica maggioranza e opposizione, non solo a Savona, ma in tutta Italia ha determinato, un falso scenario ideologico per cui si carpisce in anticipo il consenso dei cittadini, per poi giocarlo in uno sterile scontro di principi che non scalfisce minimamente la realtà dei problemi.
In questo senso più che parlare di una “Savona cementificata” parlerei di una “Savona pietrificata”. Non a caso la storia di Savona ha girato per più volte intorno a quell’enorme macigno che è il Priamar, vera pietra tombale posta dai genovesi sul porto di Savona. Questa “pietrificazione” si è tradotta anche in immobilismo politico in parte legato ad interessi di gruppi imprenditoriali e ad una trasversalità mai acclarata ma evidente.
Pietrificata è anche l’opposizione cosiddetta della sinistra radicale e di alcuni settori ambientalisti, entrambi legati a visioni di una sinistra ottocentesca o a un ambientalismo, che se anche auspicabile, non fanno i conti con priorità magari non altrettanto nobili, ma sicuramente impellenti per le necessità della città.
Soprattutto manca loro la ricetta della compatibilità economica dei loro programmi; perché sono passati i tempi delle pianificazioni e degli interventi statali. Ricordo che all’epoca della presentazione in consiglio comunale del famoso progetto Orsa 2000 & company, questi partiti contrapponevano, gli uni improbabili progetti di sviluppo portuale e industriali, finanziati da chi poi non si è mai saputo: lo Stato? forse… Ma non erano statali l’ Italsider e i finanziamenti ai porti ?, gli altri utopistici interventi a servizio della città, ma a carico di chi, anche qui non fu mai detto.
La verità è che nessuno mette in dubbio l’onesta delle loro idee, il fatto purtroppo è che sono solo idee… E intanto la carovana di palazzo piazza Sisto continua la sua strada. Il problema è che cosa c’entrano 45.000 votanti di Savona con tutto questo: NIENTE!!!
Questi quarantacinquemila con i loro problemi, le loro speranze, il loro futuro: niente, e allora qual’è il legame, se legame c’è, non è un legame di obiettivi e interessi comuni, è un legame di sudditanza ideologica.
Allora ecco che arriva la critica alla casta politica, insensibile al bene pubblico, ecco che scendono in campo le liste civiche, i movimenti d’ opinione, i grilli più o meno parlanti, ma attenti però, come diceva Mc Luhan: “l’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille”!
Va bene siamo d’accordo su tante cose, ma il più delle volte queste liste civiche sono ruote di scorta, il più delle volte sgonfie, degli stessi partiti che contestano, e per esperienza sappiamo che come nascono, muoiono. Anche Internet è si un potenziale palcoscenico di democrazia, ma i marxisti mi insegnano che le sovrastrutture non sono mai del tutto indipendenti e neutrali.
Tutte le volte poi, che una lista civica si presenta all’ opinione pubblica descrive sempre nel suo cammino la stessa parabola, nasce come rifiuto della classe dirigente al governo, ma poi quando deve scendere alla proposte concrete di programma si assiste ad una fantasmagorica sparata di assurdità che hanno il solo scopo di coprire la povertà del progetto.
Dobbiamo rassegnarci allora ad un sterile disimpegno?, direi di no! Questa estate ho avuto il tempo e la possibilità di seguire con attenzione le vicende che hanno accompagnato la presentazione della cosiddetta “Bozza Calderoli”per il disegno di legge delega al governo in materia di FEDERALISMO FISCALE.
Lo so, qualcuno ha detto o dirà che ci vuol altro per cambiare le cose, ma forse costui non ha avuto ne la voglia ne, forse, la capacità di capire quello che può significare il federalismo fiscale per cambiare questo paese.
Se verrà veramente attuato, infatti, determinerà condizioni oggettive tali da far saltare la cortina di irresponsabilità che ha gravato sulla vita pubblica, conseguentemente si allenteranno i legami di opportunismo affaristico e a volte malavitoso.
Basta solo soffermarsi su di un piccolo particolare; i meccanismi interni al federalismo fiscale sono tali da condizionare e sanzionare l’ amministratore di qualsiasi colore politico, anche della stessa forza che lo ha propugnato (il federalismo fiscale si intende); non mi è mai capitato di vedere presentata una riforma di questo tipo, fino ad ora ho visto insopportabili balletti di maggioranze e opposizioni che non sanno fare altro che rinfacciarsi reciprocamente le stesse colpe, mentre la nave affonda.
Credo che i famosi quarantacinquemila savonesi, possano già cominciare a pensarci…
Giorgio Calabria,
Centro Studi Lega Nord Liguria