Lettera al direttore

In ricordo di Vittorio Vitaliano, detto Gilera

Gentile Redazione,
sono consapevole che Savona e il Ponente siano afflitti da seri problemi a tutti noti, quali le traversie della Ferrania, la Margonara, la frana sull’Aurelia. Tuttavia, vorrei soffermarmi per un momento su Vittorio Vitaliano, detto Gilera, di cui ho appreso tardi la notizia della sua scomparsa.
Ho avuto modo di constatare che molte persone, savonesi e non, ricordano con simpatia la figura di questo singolare personaggio sconosciuto ai più ma capace di attrarre l’affetto di chi aveva avuto l’occasione di conoscerlo. In fondo, ogni città ha il suo personaggio pittoresco, se non bizzarro, e anche Savona aveva il suo: Gilera, per l’appunto.
Sono molto dispiaciuto per il Gilera, e vorrei segnalarne un ricordo personale. L’ho conosciuto una sola volta, quando ero di stanza alla caserma Bligny. Era una sera del 1986 e stavo bevendo qualcosa in un bar della piazza di Legino, quando sento un potente sferragliare di pistoni. Mi giro e vedo questa persona, come un uomo di altri tempi, entrare saltellante e sorridente nel bar, ordinare con possenza e allegria qualcosa da bere e nello stesso tempo fare il verso della sua amata Gilera “brum, brum, bruuum!” con la bocca.
Ricordo che una recluta cominciò a prendere in giro lui e la sua amata motocicletta, trattandolo come un interdetto. Lui, Gilera, lo inchiodò con una semplice battuta. Gli replicò che poteva anche essere un tipo fuori dalle righe, ma non era né matto né una scimmietta ammaestrata al suo servizio, e pertanto voleva rispetto. La recluta, manco a dirlo, non aprì più bocca. Anzi, se in quel momento si fosse trovato davanti il suo comandante avrebbe avuto un atteggiamento meno deferente.
Mi era istintivamente simpatico e quando uscì dal bar chiesi alla titolare chi fosse quel tipo così particolare. Nel frattempo che ascoltavo le sue vicissitudini, lo vidi eseguire una serie di favolose acrobazie, andandosene via con la possenza del suo motore e della sua voce.
Non credevo ai miei occhi. Più che un bizzarro individuo, mi sembrava uno di quei tipici personaggi usciti dalle canzoni di De Andrè o Paolo Conte, tanto per fare un esempio.
Non mi dilungo oltre sul personaggio. Chi lo conosceva, sa dei suoi trascorsi, delle sue azioni, della sua bontà d’animo. Peccato, solo, che con il passare del tempo abbia assunto la tendenza ad isolarsi.
Ad ogni modo, anche se non ho avuto più occasione di rivederlo, non l’ho mai dimenticato. Ogni volta che mi sono recato sulla spiaggia di Albisola, ho sempre osservato la galleria della Valloria, dove scampò alla morte, e nei miei pensieri è sempre tornato lui, il Gilera.
Ora, la prossima volta che la osserverò, mi verrai nuovamente alla memoria e anche se ormai non sei più tra noi, sentirò lo stesso il rombo della tua motocicletta che scorazza veloce per l’Aurelia. E scusami se ho disturbato il tuo sonno con le mie chiacchiere, ma due righe volevo scrivertele. Te le dovevo.
Addio Gilera. Corri, corri felice nel vento…

Antonio Marotta