
Albisola Superiore. La parola rassegnazione non viene nemmeno lontanamente pronunciata dai lavoratori della Fac di Albisola Superiore. Qui gli ordini continuano ad arrivare, lavoro da fare ce n’è, e il futuro potrebbe non essere così nero come prospettato nelle ultime settimane. “Bisogna solo tenere duro”: almeno questa è la speranza dei dipendenti di una delle tante aziende a rischio chiusura del Savonese.
“Ciò che stupisce è che abbiamo continuamente il telefono che squilla e non possiamo ripartire per mancanza di liquidi causato dal debito accumulato dall’azienda – dice Patrizio Lilli dell’ufficio commerciale della Fac – Tuttavia questo non dovrebbe essere un ostacolo così grosso. Avremmo ordini per coprire 5 mesi e la cassa integrazione dà tempo a chi fosse interessato di intervenire per salvare la Fac. Sono 160 i lavoratori che aspettano buone notizie”.
“Io non voglio certo parlare a nome dell’azienda, ma posso ripetere ciò che ha detto il presidente Silvia Canepa, ossia che non è assolutamente intenzionata a dichiarare il fallimento: dunque, chiunque avesse giocato su questa possibilità per portare avanti un piano speculativo, e non, deve mettere in conto che o la Fac riparte o su questo territorio per 30 anni sarà tutto fermo a livello di costruzioni”.
“Vista la crisi generale dell’indistria nel Savonese, il prossimo 5 marzo si terrà un tavolo provinciale – aggiunge Lilli – Come Fac saremo insieme ad altre aziende in crisi per capire come farle ripartire. Ripeto, noi qui stiamo ancora lavorando: ci sono una ventina di volontari, stiamo chiudendo tutti gli ordini accumulati prima che scoppiasse problema di liquidità, non ci arrendiamo”.
“Delocalizzare è possibile ma serve una garanzia – dice ancora il dipendente Fac – Qualche imprenditore è stato contattato, anche più di uno. Il punto è che questo imprenditore avrebbe dovuto immettere del denaro liquido, un milione e duecentomila euro, che sarebbe servito per saldare il grosso dei debiti, perché qui siamo senza gas da quando non abbiamo pagato le bollette. Saldando il conto del gas, avrebbe rimesso l’azienda nella condizione di ripartire provvedendo anche a un aggiustamento dei macchinari con una nuova officina. Così facendo avremmo potuto ripartire al cento per cento e quindi si sarebbe potuto di nuovo servire il mercato. Tutto questo avrebbe permesso di lavorare tre anni nel sito attuale e di poterci spostare alla fine di questo periodo nel nuovo capannone che sarebbe stato sempre qui nell’Albisolese. Purtoppo è venuta a mancare questa iniezione di liquidità per cui è saltato tutto. Delocalizzare era già nei programmi della presidentessa dell’azienda quando cinque anni fa l’aveva rilevata, ma poi non è mai riuscita a partire con questo progetto perché non ha trovato da parte degli imprenditori la liquidità per poter superare questi tre anni”.
Questa fabbrica è sul territorio da 50 anni, quindi non credo che ci sia cittadino di Albisola che non abbia avuto un parente o un amico che lavora o abbia lavorato in Fac. La solidarietà degli albisolesi, la sentiamo tutti i giorni. Perdere il marchio Fac sarebbe come perdere un pezzo di Albisola: i cittadini sono sempre stati orgogliosi di andare in ferie, magari anche lontano, bere da una tazzina e trovare sotto il nostro marchio. Per questo noi dobbiamo ringraziare tutti i cittadini per la loro solidarietà”.
“L’unica nota positiva è la cassa integrazione per 13 settimane annunciata venerdì all’Unione Indistruiali e che ci fa respirare fino al 27 maggio – aggiunge Alessandro Milanesi della Rsu – Se la Fac non dovesse riprendersi è il caso di parlare di massacro sociale. Sarebbe un delitto, visto che è un’azienda che ha acquisito clienti importanti come la Nestlè e la Coca Cola”.