Cronaca

Relitto Transylvania localizzato anche attraverso il robot Pluto Palla

Bergeggi. Ha un nome curioso, “Pluto Palla”, il veicolo robotizzato di nuova generazione utilizzato dalle marine militari e dai carabinieri subacquei per cercare materiali a profondità proibitive per l’uomo. E’ stato impiegato per localizzare il relitto del “Transylvania”, affondato nel 1917 a 3 miglia dall’isola di Bergeggi. Pluto Palla è l’ultima evoluzione del “Pluto” già utilizzato in passato dai carabinieri per cercare oltre i 300 metri di profondità. Il Rov (Remotely Operated Vehicles), dotato di speciali telecamere, è radiocollegato alla barca-appoggio e fornisce in tempo reale le immagini e le scansioni degli oggetti che trova sul suo percorso. E’ stato messo a punto dai carabinieri e dagli specialisti di Gay Marine, una società di Lomazzo (Como) che costruisce questi robot sottomarini.

Il relitto del Transylvania è stato rintracciato dai carabinieri anche grazie ai racconti dei vecchi pescatori di Bergeggi, alcuni dei quali parteciparono alle operazioni di salvataggio dei passeggeri della nave affondata nel 1917. Molti dei racconti riferivano di “ami persi in profondità sempre nella stessa zona”, e di ampi molinelli a poche miglia dall’isola. Grazie a questi ricordi, e alla comparazione con i documenti dell’epoca e con vecchie carte nautiche, i carabinieri sono riusciti a ricostruire il “punto nave” dell’affondamento, avvenuto alle 10,45 del 4 maggio 1917. Il Transylvania stazzava 14.315 tonnellate ed era partito da Marsiglia con a bordo circa 3.000 persone, in gran parte soldati inglesi della Royal Navy. A bordo anche 64 infermiere della British Red Cross Society.

Il transatlantico era stato avvistato dalla comunità ligure mentre incrociava scortato da due navi giapponesi. L’affondamento, secondo le cronache dell’epoca, era avvenuto a causa di due siluri lanciati da un U-Boot tedesco e venne visto dai pescatori sulla costa, che immediatamente armarono i gozzi e partirono per salvare i superstiti. Dei 3000 passeggeri, 407 morirono; 89 i corpi recuperati che vennero seppelliti in una parte del piccolo cimitero di Zinola. I superstiti vennero trasportati a riva con una “catena” di gozzi dai pescatori, medicati e ospitati dalla popolazione locale.