
Alassio. Una condanna a sette anni e otto mesi di reclusione che, a distanza di tre mesi dalla sua formulazione, molti faticano ad accettare. Si tratta dei parrocchiani di don Luciano Massaferro – il sacerdote alassino accusato di aver abusato di una minorenne e ora ai domiciliari – che, su Facebook, portano avanti la loro arringa in difesa di colui che considerano ormai un amico.
I toni dei messaggi sul gruppo “Don Luciano libero!” si sono fatti ancora più decisi in questi ultimi giorni nei quali alcuni giornali hanno riportato nero su bianco le motivazioni della sentenza di condanna. Un documento che chiarirebbe come si sarebbero svolti i fatti e quali ragioni avrebbero spinto i giudici a dare credibilità alla ragazzina. Ma che, ancora una volta, non convincono chi ha conosciuto don Luciano e assicura che no, non può essere colpevole.
“Si sa che i giornali, alcuni giornali anzi, scrivono quello che a loro fa più comodo, sia per vendere, sia per mantenere ben salde le loro convinzioni anticlericali. Dovremmo esserci abituati ormai, ma questo abuso di potere è qualcosa a cui un cittadino apparentemente libero di pensare ed esprimere le proprie opinioni non può abituarsi”, dice Roberta.
“Il 30 dicembre 2009, il giorno dopo l’arresto, abbiamo letto locandine gridate, e articoli che ci raccontavano di capi di accusa incredibili formulati sulla base delle parole di chi le accuse le aveva mosse. C’è stato un processo perchè, giustamente, le parole non bastano, ci vogliono le prove. Si è arrivati ad una sentenza di condanna e ora alle motivazioni della sentenza stessa. Rileggo l’articolo di oggi e quelli del 30 dicembre 2009…sempre e solo le parole dell’accusa….ma…..le prove dove sono?”, si chiede invece Carla Bisello, tra i fondatori del gruppo di Facebook. E di qui una serie di discussioni sull’opportunità di pubblicare le motivazioni della sentenza che, come l’intero procedimento, sarebbero dovute essere “top secret” e a disposizione soltanto dell’accusa, della difesa e della parte civile.
“E non dimentichiamo, in tutto questo, che c’è un uomo che da 17 mesi è privato della sua libertà. Un uomo da subito ‘presunto colpevole’ mai ‘presunto innocente'”, conclude la signora Carla.