L'intervista

Il Procuratore Granero in pensione: “Le pressioni danno la consapevolezza di essere nel giusto”

Il magistrato, nel giorno dei saluti, risponde ad alcune domande e parla del caso Teardo, di Tirreno Power, ma anche della sua "sconfitta professionale"

Procura Savona

Savona. Ultimo giorno di lavoro a palazzo di giustizia per il Procuratore di Savona Francantonio Granero che, da lunedì prossimo, sarà ufficialmente in pensione. In attesa di conoscere il nome di chi lo sostituirà (nei mesi scorsi quello più quotato è stato quello di Sandro Ausiello, attualmente Procuratore aggiunto a Torino), proprio in concomitanza con il momento dei saluti del Procuratore, pubblichiamo un’intervista che Granero ci ha rilasciato nelle scorse ore.

Teardo e Tirreno Power. L’inizio e la “fine”. Due inchieste distanti tra loro più di 30 anni, ma che probabilmente presentano anche delle analogie, per esempio sul piano dell’intreccio tra politica e affari. E’ così?

Non si può escludere nulla, ma nemmeno affermarlo. È una questione complessa che non può essere affrontata in una intervista.

Dopo il caso Teardo che Savona ha lasciato? Quando è tornato sotto la Torretta dopo le esperienze a Roma, a Trento, in Corte di Cassazione ha trovato una città cambiata?

Purtroppo no. Fatti i necessari distinguo in termini di uomini e circostanze, molti dei metodi descritti nell’ordinanza di rinvio a giudizio nel processo Teardo sono rintracciabili, espressi in forma diversa, dopo trent’anni, in molti atti della Procura di Savona nel periodo in cui ne sono stato il responsabile.

Non si può dire che il suo nome, negli anni, non si sia affiancato ad inchieste di primissimo piano e con rilevanza nazionale basta pensare al caso Teardo, al “sangue infetto”, alla tragedia del Cermis e a Tirreno Power. Tra queste ce n’è una che ricorderà più delle altre?

Il ricordo è un fatto emotivo e muta di volta in volta a seconda delle circostanze. In ogni caso, sono tutte vicende che hanno contrassegnato la mia vita professionale e che mi consentono di dire, mutuando il titolo del libro scritto da un illustre collega ed amico, Armando Spataro, “ne è valsa la pena”.

L’inchiesta Tirreno Power nell’ultimo anno ha catalizzato l’attenzione mediatica (e non solo) causando forti “pressioni” intorno alla Procura di Savona, ma l’indagine non ha mai subito battute d’arresto. Quanto è stato difficile lavorare in questa condizione? Ora che gli atti d’inchiesta sono “pubblici” crede che il vostro lavoro possa essere visto sotto un’altra luce anche da chi, per mesi, è stato scettico e ha duramente criticato quello che stavate facendo?

Le difficoltà incontrate sono altre: prima di tutto la delicatezza della materia, la consapevolezza delle gravi conseguenze per i lavoratori, la mancanza di mezzi materiali e di un minimo di logistica, supportate, però, dalla grande efficienza e collaborazione dimostrata dai carabinieri del NOE. Quello delle “pressioni” è stato proprio l’ultimo problema. Queste, quando si verificano, danno all’inquirente la consapevolezza di essere nel giusto.

Abusi edilizi e situazione di grave dissesto idrogeologico del territorio. Quanto questi due fenomeni viaggiano di pari passo? E quanto secondo Lei il Savonese è “devastato” dall’intervento dell’uomo?

La bellezza e la varietà del territorio savonese, pur molto fragile, erano tali che la peggiore coalizione di interessi e volontà non è ancora riuscita a distruggerle del tutto. Che abusi e dissesto viaggino di pari passo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti.

Nei suoi anni da Procuratore a Savona oltre ad occuparsi della criminalità e di tutte le attività investigative di competenza del pubblico ministero, spesso, si è dovuto occupare di problemi “logistici” legati per esempio all’organizzazione dell’ufficio e alle carenze strutturali del tribunale. Dal punto di vista organizzativo sono stati fatti dei passi in avanti? Per quanto riguarda il palazzo di Giustizia invece quale sarebbe secondo lei l’unica via percorribile per risolvere il problema in via definitiva?

Il problema del procacciamento dell’organizzazione dei mezzi materiali, cui ho dedicato molto tempo ed energie, rappresenta una vera e propria sconfitta professionale, una sorta di lotta contro i mulini a vento.

Che cosa spera di aver lasciato in eredità ai suoi colleghi, soprattutto quelli più giovani, che dal 24 agosto lavoreranno al sesto piano senza di Lei?

Una metodologia di lavoro e soprattutto l’orgoglio dell’indipendenza di giudizio, retta da una coscienza solida e da una spina dorsale che non si piega.

Se si guarda indietro è soddisfatto di quello che ha fatto? Le aspettative che aveva quando, dopo un’esperienza come insegnante, ha iniziato a fare il magistrato sono state rispettate? C’è qualcosa che farebbe o non rifarebbe?

C’è una risposta implicita in quel che le ho detto prima. In ogni caso, tutto ciò che ho fatto l’ho fatto con tale ferma convinzione che mi riesce difficile immaginare che cosa non rifarei più.

L’ultima domanda è banale, ma inevitabile: che cosa farà da lunedì prossimo?

Sicuramente mi riposerò. Poi si vedrà.