Cronaca

Operaio dell’agriturismo “Oddone” di Bardineto morto sul lavoro: in Corte d’Assise sfilano i primi testimoni

Bardineto - Oddone

Bardineto. Sono stati sentiti questa mattina i primi testimoni del processo del processo per l’infortunio sul lavoro che, a Bardineto, era costato la vita ad un ventottenne, Gheorge Wladut Asavei. A gidizio, con l’accusa di omicidio volontario, violenza privata e falso, ci sono i titolari dell’agriturismo dove si era verificato il tragico avvenimento, i fratelli Angelo, Emilio e Maria Nadia Oddone, e la ex compagna di uno dei fratelli, Giuseppina Ferrari.

Davanti alla Corte d’Assise oggi hanno sfilato i primi testimoni del pubblico ministero, tra i quali due ispettori dell’Asl e gli investigatori che si erano occupati delle indagini. Attraverso le loro deposizioni sono state ripercorse le indagini che avevano portato la Procura a richiedere il rinvio a giudizio per gli imputati. L’audizione dei testimoni dell’accusa continuerà anche nella prossima udienza (fissata a giugno) quando saranno ascoltati anche i due colleghi che quel giorno stavano lavorando con la vittima.

La posizione degli indagati (assistiti dagli avvocati Alessandro Cibien e Giorgio Zunino) si era aggravata nel corso dell’iter giudiziario, con l’accusa passata da omicidio colposo a volontario. L’inchiesta era partita in seguito all’incidente sul lavoro avvenuto il 27 agosto 2009 nel quale Asavei, giovane operaio romeno, aveva perso la vita mentre stava lavorando con un trattore nel terreno agricolo dell’azienda, insieme al collega bosniaco Dragan Novakovic, rimasto solo ferito.

Ai fratelli Oddone e a Giuseppina Ferrari viene infatti contestata anche l’accusa di lesioni a carico di Novakovic. Fin dalle ore immediatamente successive all’incidente per gli inquirenti non era stato facile ricostruire l’esatta dinamica dell’episodio: i punti oscuri erano molti tanto che la Procura aveva disposto il sequestro anche del ristorante e dell’intera struttura ricettiva dell’agriturismo della famiglia Oddone, compreso il trattore che, secondo quanto ricostruito, è il mezzo che si ribaltò con i due braccianti sopra.

L’operaio, ferito in modo grave nel ribaltamento (aveva riportato la frattura dello sterno, della clavicola e di varie costole, una lesione che aveva provocato emotorace e pneumotorace, con un’ampia emorragia interna), era stato trasportato con mezzi privati, per la precisione un fuoristrada da Angelo Oddone e Ferrari, in ospedale ad Albenga dove era arrivato circa tre ore dopo l’incidente, alle 13,44. Secondo la perizia medica chiesta dalla Procura, un soccorso tempestivo avrebbe potuto dargli oltre il 90 per cento di probabilità di salvarsi.

Da parte loro gli imputati si erano sempre difesi fornendo delle spiegazioni delle loro scelte: il 118 non era stato allertato per accelerare i soccorsi visto che la zona dove è accaduto il fatto è a sette chilometri di distanza dall’agriturismo e vi si accede solamente con dei mezzi fuoristrada e non ci sarebbe stato lo spazio per l’atterraggio di elicotteri. Inoltre, sempre stando alle dichiarazioni che avevano reso gli Oddone i due operai, seppur feriti, erano coscienti e parlavano e si erano detti d’accordo per venire trasportati in ospedale con le auto. Nel procedimento si sono costituiti come parte civile, con l’assistenza degli avvocati Francesca Rosso e Francesco e Fabio Ruffino, anche i familiari dell’operaio morto e il suo collega rimasto ferito.