Savona. “Io sono disperata. Non ce la faccio più, non posso andare avanti così. Vorrei chiudere tutto ma non posso perché ci sono tutti questi crediti che mi devono pagare… vorrei che mi pagassero, perché gli affitti sono cari, gli operai costano”. Ha il volto di una vedova la “protesta dei carrattrezzi”, cioè il modo in cui le aziende che svolgono il servizio di depositeria giudiziaria hanno deciso di esprimere la propria frustrazione e disperazione.
Una vedova il cui marito è mancato ormai da due anni, che non può chiudere l’azienda perché aspetta, inutilmente, un credito a cinque zeri dallo stato. E come lei tutte le realtà simili: e così l’Ancsa, l’Associazione Nazionale Centri Soccorso Autoveicoli, ha deciso oggi di recapitare, in contemporanea in tutte le prefetture d’Italia, una lettera che suona più come una richiesta di aiuto.
In pratica le aziende prestano alle istituzioni il loro servizio di depositeria, custodia giudiziaria e amministrativa; ma da otto anni lo stato non le paga più. “La situazione ormai si è fatta drammatica – spiega Simona Berruti, che coordina la protesta per l’Ancsa – finora abbiamo tamponato i ‘buchi’ con le attività parallele di soccorso stradale o autocarrozzeria, ma ora rischiamo di chiudere. L’ultimo pagamento massiccio, oltretutto soggetto a varie contrattazioni, è avvenuto nel 2006: un’alienazione straordinaria attivata per il suicidio di un nostro collega di Torino. Da allora abbiamo visto solo briciole, rateazioni riguardanti ancora il periodo precedente. Siamo esasperati”.
Le cifre sono significative, per tutte le aziende. “Negli ultimi due anni abbiamo accumulato 352.000 euro di crediti, solo da aprile 2012 a fine 2013 – racconta Edoardo Accetti, della Vico Srl di Cairo, capofila della protesta – In questo periodo abbiamo ricevuto soltanto 17.000 euro”. Un’altra collega racconta di avere a sua volta un credito con lo stato di 300.000 euro: “Riusciamo a campare perché per fortuna ci diamo da fare, abbiamo anche altre attività, però adesso abbiamo i fidi tutti ‘a tappo’, lo stato ci deve pagare questi soldi e non sappiamo come fare ad andare avanti”.
Oltre al danno, la beffa: non solo non arrivano i soldi, ma si generano anche ulteriori spese. “Noi abbiamo un deposito non molto grande – racconta un’altra imprenditrice – Avevano promesso che con l’entrata in vigore del Sives, l’appalto che finalmente da due anni regolarizza il servizio, avrebbero tolto le vecchie vetture, che abbiamo fin dagli anni ’90, ed invece non è stato così: oltre alle vetture vecchie ora abbiamo anche quelle del Sives, che vengon demolite molto, molto lentamente. Quindi dobbiamo pagare la custodia, l’affitto, gli operai… e abbiamo comunque il deposito sempre pieno”.
Raccontano di fare il loro lavoro di depositari con orgoglio, per via della sua funzione di ordine pubblico, ma di essere arrivati al punto di non ritorno. E lo stato, spiegano, li considera creditori di serie B: i loro crediti non possono essere certificati. “Non capiamo perché la pubblica amministrazione ritiene che non sia necessario pagarci, che i nostri crediti non possano nemmeno rientrare nella certificazione: non possiamo nemmeno usarli per compensarli con le tasse o farceli scontare in banca”.
Due le ragioni addotte: prima la mancanza di un appalto, che però è stato finalmente fatto il 2 aprile 2012 (appunto il Sives), poi il fatto che quei crediti non sono stati inseriti in previsione di bilancio. “In pratica, non essendo stati previsti, non possono essere certificati. Questo ci ha portato ancora più all’esasperazione – spiega Berruti – gli altri rami d’azienda non possono più tamponare i costi di questa attività. Questa situazione ha fatto sì che anche noi, che siamo una categoria molto mite e sempre rispettosa, non riusciamo più a tacere. Abbiamo l’esigenza che venga riconosciuto almeno il nostro sacrificio. E se per l’ennesima volta non venissimo ascoltati dovremo prendere altri provvedimenti, perché qui rischiamo di chiudere”.