Albenga. Silenzio, parla l’esperto. Dopo la bagarre conseguente allo scontro tra l’assessore Bruno Robello De Filippis e una ventina di esponenti del comitato territoriale che si batte contro la realizzazione del forno crematorio nella Piana ingauna e che, dopo un battibecco con l’eponente della giunta, ha abbandonato l’incontro organizzato ieri sera in frazione Leca, la parola è passata all’ingegner Alessandro Salvi che, dai primi anni ’90, si interessa di impianti di cremazione e che ha fornito qualche dato tecnico sul loro funzionamento.
“L’Italia è certamente fanalino di coda in questo settore: io me ne interesso dal 1990, quando il dato sulla cremazione era pari al 3%; il prossimo anno saremo a quota 30% di cremazioni, mentre i Paesi del Nord Europa superano di gran lunga il 50% – esordisce l’ingegnere – Arrivando dopo, comunque, abbiamo impianti molto più moderni di quelli presenti ad esempio in Francia o Germania, e questo è positivo”.
“La depurazione avviene in forno ad alta temperatura: la camera primaria è sugli 850 gradi, e qui si bruciano feretri ‘puliti’ da tutti i metalli (in pratica solo legno e salma) – continua l’esperto – Il feretro si brucia nel giro di un’ora e dieci, un’ora e venti al massimo. Poi vi è la camera secondaria che serve per ossidare i fumi che derivano dalla cremazione. Teniamo conto che il modello di calcolo è fatto sulla cellulosa di combustione (quello che si brucia è sostanzialmente legna e grasso), il che non è paragonabile ad alcun sistema di rifiuti industriali”.
“I fumi della combustione hanno però sostanze organiche: questa camera secondaria è fatta per ossidare i fumi – continua Salvi – Bisogna raffreddarli, trattarli e filtrarli perché in essi vi sono residui di sostanze organiche e acide. Senza entrare troppo nel tecnico, esiste uno scambiatore dove circola acqua che raffredda i fumi a 160-180 gradi: a questa temperatura si può filtrarli e trattarli. Le sostanze acide e organiche vanno neutralizzate, dosando un reagente che le ‘elimina’. I filtri di questi forni sono dotati delle migliori tecnologie e sono capaci di restituire un prodotto ecologico. Solo un dato: pensate che all’uscita dal filtro di un forno simile si hanno quasi 2 milligrammi al metro cubo di polvere. Il limite in Italia è 20 milligrammi, per cui lavoriamo davvero con prestazioni ottimali”.
“Insomma, se i forni, come quello previsto ad Albenga, sono costruiti bene danno un prodotto ecologico e che non nuoce – dice l’ingegner Salvi – La legge 152 del 2006, e che vale per tutta Europa, pone un limite per le diossine da 1 a 10 milionesimi di grammi al metro cubo. Ecco, chi fa i forni dà addirittura un limite di un decimo di miliardesimo di grammo al metro cubo. Questo per dirvi che non sono strutture inquinanti. Per fare un esempio ‘genovese’, città in cui lavoro, posso dire che inquina più la strada lungo il Bisagno che il forno crematorio di Staglieno”.
E poi, dice chi è intervenuto all’incontro di ieri sera, anche l’inumazione ha i suoi rischi, se non si rispettano criteri prestabiliti. La norma dice che deve essere fatta a due metri di profondità e a distanza di 50 cm dalla falda e che il tempo di inumazione non dovrebbe superare i 10 anni perché il corpo possa poi essere mineralizzato. Nei cimiteri ingauni, a quanto pare, si raggiungerebbero anche i 15 anni di “giacenza”, con tutti i problemi connessi.



