La Spezia. “Un eccellente lavoro che analizza con attenzione quanto è stato fatto durante i tre gradi di giudizio italiani”: così don Luciano Massaferro commenta il contenuto dei ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo con il quale si chiede la revisione di un processo ritenuto non equo e che ha condannato il sacerdote alassino a 7 anni e 8 mesi di carcere per abusi su una minore, sua parrocchiana.
Don Luciano scrive dal carcere di La Spezia, in cui è detenuto, con una lettera datata 18 gennaio 2013. Qui svolge l’attività di bibliotecario, passa il tempo a studiare anche l’arabo, e ogni tanto scrive ai suoi parrocchiani, perennemente in attesa di notizie positive sulla sua sorte. Sorte affidata ora alla Corte di Strasburgo e a un documento di 18 pagine firmate dai suoi avvocati Mauro Ronco, Franco Coppi e Alessandro Chirivì.
Il ricorso si basa su “sette pilastri”, come li definisce il sacerdote nella sua fitta missiva di tre pagine scritte a stampatello: “Totale impossibilità di interrogare l’unico testimone di accusa; pregiudizio colpevolistico del collegio giudicante; grave inquinamento dell’incidente probatorio; mancata valutazione del racconto di accusa, privo di qualsiasi riscontro; omessa considerazione dei gravi vizi metodologici della perizia; inattendibilità oggettiva e soggettiva del dichiarante; diritto leso nell’ottenere un processo equo”.
“Voglio credere che almeno in sede europea si dia la dovuta importanza al rigoroso rispetto di regole e procedure” scrive don Luciano che sforna i dati dei “processi ingiusti che umiliano il nostro Paese: 2369 processi celebrati in Italia per ingiusta detenzione – scrive ancora – e 46 milioni di euro spesi dallo Stato per risarcire gli errori dei magistrati”. E ancora, ricorda il parroco alassino: “L’Italia è il primo paese in Europa, per il quinto anno consecutivo, in merito a violazione dei diritti dell’uomo”. “Sono dati che fanno riflettere e soffrire, non possiamo fare finta di niente” conclude don Luciano.