
Savona. La distribuzione della droga giungeva fino al mercato della cosiddetta “Savona bene”, soprattutto attraverso la complicità di due ragazze savonesi, che in più occasioni avevano provveduto personalmente a trasportare ingenti quantitativi di cocaina da Milano a Genova, dove la sostanza veniva poi preparata per la vendita al dettaglio. E’ quanto è emerso nell’operazione antidroga “Bene, bene, bene” che ha preso il via nell’aprile del 2011, a seguito dell’arresto di due cittadini marocchini, E. Rachid e A. Shali, trovati in possesso di 50 dosi di cocaina, e che si è conclusa oggi con una raffica di arresti, ordinanze di custodia cautelare e centinaia di dosi di cocaina sequestrate.
L’indagine ha consentito di sgominare due sodalizi criminosi dediti al commercio di droga, operanti sul territorio dell’estremo ponente genovese, della Valpocevera, fino al territorio savonese.
Gli accertamenti investigativi, svolti sia attraverso l’utilizzo dei tradizionali strumenti investigativi, (osservazione e pedinamento) che con l’impiego di idonea strumentazione tecnica (intercettazioni telefoniche, captazione di conversazioni ambientali), hanno permesso di formalizzare ben 83 capi d’imputazione e di recuperare un centinaio di dosi di cocaina pronte allo smercio, oltre a circa grammi 400 di eroina suddivisi in otto pacchetti da 50 grammi.
Tredici persone, prevalentemente di nazionalità marocchina (3 donne e 10 uomini) e parenti tra loro, sono stati arrestati in flagranza di reato, e sono state eseguite quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere relative a 19 persone, prevalentemente di etnia magrebina (4 donne e 15 uomini), consentendo anche l’emissione di due mandati di arresto europeo.
Uno dei due gruppi, facente capo a due fratelli marocchini, aveva la base operativa in Rho a Milano e si avvaleva di numerosi “cavalli” dislocati in più parti del ponente ligure.
Secondo la ricostruzione degli investigatori le dosi venivano racchiuse in pacchetti da dieci palline che venivano a loro volta custodite in recipienti di vetro chiusi e celati sotto terra. Ad ogni “cavallo” veniva fornito un cellulare e, di volta in volta, una bustina contenente dieci palline di cocaina pronte allo smercio. La moglie di uno dei fratelli e la cognata, si occupavano, oltre che dello spaccio “al minuto”, anche del recupero dei soldi provento dall’attività illecita messa in atto.
Stratagemma utilizzato per lo spaccio, la rete di “cavalli” creatasi tra Milano Rho e Genova, tale da permettere che il tossicodipendente in cerca di “roba” stabilisse un contatto telefonico in Lombardia e che, in brevissimo tempo, un incaricato dell’organizzazione nella nostra città gli consegnasse lo stupefacente.
Gli appartenenti alla gang durante i contatti telefonici, per far capire all’interlocutore se avessero la disponibilità di droga, utilizzavano la parola “bene”, ripetuta tante volte quanto era lo stupefacente che potevano vendere.
L’altro gruppo, capitanato da due cugini magrebini, aveva la propria base operativa a Serravalle Scrivia (AL) e riforniva lo stupefacente comprato in precedenza a Milano, con modalità differenti rispetto al primo sodalizio, vendendo, infatti, la droga in “pezzi” da 50 grammi di cocaina (e non in singole dosi), che venivano acquistati direttamente da tossicodipendenti facoltosi o da altri piccoli spacciatori.