
Savona. Era agli arresti domiciliari dal 13 luglio scorso. Riccardo Scalise, 46 anni e zio di Yuri (noto alle cronache per aver ucciso Renato Rinino), l’uomo che questa notte è morto dopo essere precipitato dal quinto piano di un palazzo di via Milano, stava infatti scontando una pena per una recente condanna (nel febbraio scorso) per una storia di tentata rapina e resistenza a pubblico ufficiale a Cairo. Secondo i primi riscontri della Squadra Mobile, che indaga sulla sua morte, non ci sarebbero dubbi sul fatto che si tratti di suicidio: il papà di Scalise, Agostino, che lo ospitava ai domiciliari, abitava al primo piano ma la vittima è precipitata dal quinto. Secondo gli agenti il quarantaseienne sarebbe salito di proposito di quattro piani fino a raggiungere una finestra delle scale che dà sul cortile, a quel punto l’avrebbe scavalcata e si sarebbe lasciato cadere. La finestra non è facilmente raggiungibile quindi appare difficile pensare che qualcuno possa averlo spinto giù.
E’ stato un vicino di casa, che ha sentito un tonfo, ad accorgersi del corpo in cortile a far scattare, intorno all’1,40, l’allarme: i soccorritori non hanno però potuto fare altro che constatare il decesso dell’uomo che è morto sul colpo. La Procura ha comunque aperto un’inchiesta per chiarire ogni dubbio su questa morte ed il pubblico ministero Giovanni Battista Ferro ha disposto l’autopsia. L’ipotesi di reato è omicidio ma più che altro per una questione “tecnica” (per richiedere l’esame autoptico è infatti necessario che si tratti di morte avvenuta in circostanze poco chiare) perché anche il magistrato sembra propendere per l’ipotesi del gesto volontario.
Scalise sei mesi fa aveva perso la mamma e forse questa perdita, unita alla condanna che lo costringeva a restare ai domiciliari, potrebbe averlo spinto a compiere un gesto così estremo. Da qualche tempo l’uomo era anche seguito dai medici che, secondo quanto trapelato, gli avevano prescritto una cura con psicofarmaci.
A febbraio Riccardo Scalise era stato arrestato due volte in 24 ore. Dopo un primo processo per direttissima con l’accusa di rapina, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale, l’uomo, appena tornato in libertà, si era infatti reso protagonista di un’altra “bravata” che lo aveva spedito in carcere. Il primo arresto era maturato perché Scalise in un distributore del centro di Cairo aveva riempito una bottiglia di benzina e, quando il titolare gli aveva detto che era vietato, lui lo aveva minacciato e si era allontanato senza pagare. Poco dopo era stato rintracciato dai carabinieri di fronte allo sportello dell’Ufficio Assistenza del Comune dove, al rifiuto dell’impiegato di dargli dei soldi, aveva iniziato a versare benzina sulla finestra minacciando di dare fuoco a tutto. Da qui l’arresto ed il processo con il patteggiamento a due anni e la pena sospesa con l’obbligo però di presentazione due volte al giorno nella caserma dei carabinieri.
A poche ore da quell’episodio però Scalise era entrato nel bar del Tennis Club di Cairo ed aveva iniziato ad infastidire i clienti per poi barricarsi nel bagno. Solo dopo un’estenuante trattativa si era arreso ai militari, finendo in manette con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. In tribunale era così stato nuovamente condannato, ma il giudice aveva disposto la detenzione in carcere. A luglio erano così arrivati i domiciliari, una misura di custodia che è stata interrotta drammaticamente dalla tragedia di stanotte.