Noli. La rassegna “Noli, i colori del cinema”, mercoledì 10 agosto, alle 21,30, dedica l’appuntamento a “I diari della motocicletta” di Walter Salles, un film su una grande passione per il nostro bene più prezioso: la vita. Ernesto – il futuro “Che” Guevara – e Alberto, amici per la pelle appartengono all’alta borghesia argentina e nel 1952 (nello stesso periodo in cui Kerouak era “on the road”, alla ricerca di se stesso) hanno fissato le basi per un futuro sicuro e prospero: Ernesto ha 23 anni ed è un laureando in medicina, Alberto, 29 è già biochimico. Ma spinti dal desiderio di conoscere, dalla voglia di avventura, dalla forza impetuosa dei loro vent’anni decidono di partire alla scoperta dell’America Latina, in sella ad una vecchia motocicletta: una Norton 500 del 1939, La Poderosa.
Partiti da Buenos Aires, i due ragazzi attraversano tutta l’Argentina, ma sono poi costretti a proseguire a piedi in Cile ed in Perù, dopo che la mitica moto li abbandona permettendogli di vivere una “rivelazione”, di vedere un continente latino-americano unico e meticcio, nel quale le divisioni non passano tra gli stati ma fra bianchi e indios, minatori e padroni. L’andare a piedi li obbliga a guardarsi intorno, trasformando ogni loro incontro in un’esperienza interiore: le sterminate pianure, il gelo della Cordigliera andina, le città e le miniere del Cile, l’incontro con le meraviglie dell’antica civiltà Inca (la conquista del Machu Picchu) fino all’arrivo al lebbrosario del Perù, con la presa di coscienza definitiva della miseria e della disperazione in cui versa tanta parte dell’umanità derelitta.
Da questo momento tutto si imprimerà nella memoria come foto in bianco e nero che ricordano i ritratti di Salgano, lontani anni luce dalle foto scattate all’inizio del viaggio da chi – dichiarazione di Ernesto – “viaggia per viaggiare”. “Io non sono più io, per lo meno non si tratta dello stesso io interiore” dichiara (e aveva scritto il giovane Ernesto ne “I diari della motocicletta” da cui è tratto il film) il giovane Che perché l’esperienza vissuta risveglia nella sua coscienza una nuova vocazione, associata al desiderio di giustizia sociale. E il film rende bene l’idea di come l’iniziale baldanza giovanile lasci spazio alla riflessione e alla compassione, quella speciale qualità umana che rende partecipi del dolore altrui.
Un percorso di formazione, stupore di fronte al non conosciuto, crescita continua della consapevolezza, della volontà di agire per cambiare il mondo. Walter Salles si ferma sulla soglia della storia ufficiale con il vecchio Alberto Granado che fissa un aereo in partenza con gli stessi occhi con i quali aveva guardato partire il compagno di viaggio, dopo circa 6 mesi passati insieme. Quella raccontata è una vicenda che ci coinvolge perché può essere il cammino percorso da ciascuno di noi, al di là della notorietà successiva del protagonista. Le immagini sanno cogliere i fermenti di un’epoca, il desiderio di cambiamento che sta nascendo, l’ansia generazionale di confrontarsi con il diverso che inevitabilmente attraversa ogni giovane che si interroghi sul mondo e su di sé.
Precisiamo, come si apprende nelle pagine di Paco Ignacio Taibo II che, pur avendo letto Marx, Ernesto negli anni giovanili non ha una vera e propria coscienza politica e si tiene ai margini di schieramenti e militanze. E il film quindi non è un film politico o militante. Piuttosto Ernesto è mosso da una grande passione per l’avventura e per l’esplorazione come mezzi per prevalere sulle sue tare naturali e per soddisfare la sua viva curiosità. La sua inquietudine, nutrita dei romanzi d’avventure del Settecento e dell’Ottocento che vediamo nella sua stanza mentre si appresta a preparare la valigia, ha modo di manifestarsi proprio nel viaggio e nell’inquietudine che lo spinge ad abbandonare la comodità e la protezione della casa: la sua predilezione è per l’incerto e per l’insicuro. Ma essa non è ulteriormente caratterizzata. Di certo si tratta di un sentimento poco “borghese” – come emerge con nitore al momento dell’abbandono di Chinchina; di certo implica una maggiore vicinanza ai reietti, agli squattrinati e agli outsider; ma non è ancora una coscienza politica.
Viaggia da sognatore: “Sembravamo respirare un’aria più leggera che veniva da lì, dall’avventura. Paesi remoti, gesta eroiche, belle donne scprrevano in circolo nella nostra immaginazione turbolenta”. E nel film la figura del Che che ne emerge è assolutamente antiretorica, come quella di qualsiasi ragazzo che sappia obbedire istintivamente a un imperativo morale e sia determinato a vivere secondo gli ideali di giustizia. Prodotto da Robert Redford il film ebbe la supervisione artistica di Gianni Minà e di Albero Granado, spesso sul set. Appuntamento alla spiaggia dei pescatori con ingresso libero.



