
Varazze. Da dieci anni, ogni estate, montava e rimontava un dehor davanti al suo ristorante, il “Da Bri”, in piazza Bovani a Varazze. Fino al marzo 2010 non c’erano mai stati problemi: il Comune rilasciava una regolare concessione demaniale temporanea di occupazione di suolo pubblico, veniva versato un canone di circa 2300 euro e per 190 giorni la struttura poteva “occupare” la piazza. Il dehor era però finito nel mirino della Procura di Savona (che in tutta la provincia aveva iniziato un giro di vite contro le strutture abusive dei locali) e la titolare del ristorante, Bianca Tassara, era stata rinviata a giudizio per l’accusa di violazioni di alcune norme in materia edilizia e del codice dei beni culturali. Stamattina la ristoratrice, assistita dagli avvocati Antonio Ghigliazza e Francesco Giusto, è stata però assolta, perché il fatto non sussiste, da ogni accusa.
Secondo l’accusa il dehor, che aveva una superficie di circa 56 metri quadrati, era da considerarsi come una nuova costruzione e pertanto, di conseguenza, per poter occupare il suolo pubblico, necessitava di un permesso di costruire. Una tesi che è stata contestata dalla difesa che dalla sua parte aveva anche i pareri dell’ufficio tecnico comunale, della Regione e del Comandante della polizia municipale: anche secondo i tre enti il manufatto non necessitava di alcun titolo abilitativo edilizio.
“Da dieci anni la mia cliente montava e smontava la struttura per la quale si faceva rilasciare una concessione demaniale temporanea” spiega l’avvocato Giusto che nella sua tesi difensiva ha sostenuto che “il dehor, simile ad un gazebo, non infisso al suolo, composto da un pergolato con copertura in tela, non chiuso lateralmente e delimitato da vasi di piante e fiori, rientra nella categoria delle opere soggette a concessione amministrativa temporanea di occupazione di suolo pubblico”.
Il vicesindaco di Varazze Andrea Valle in proposito ha commentato: “Ben vengano le sentenze a favore di chi produce, crea ricchezza e posti di lavoro e che aiutano a dipanare i lacci burocratici”.