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Tribunale, discorso del Procuratore per “salutare” il nuovo sostituto: “Stanno cercando di demolire la figura del pm”

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Tribunale, discorso del Procuratore per “salutare” il nuovo sostituto: “Stanno cercando di demolire la figura del pm”
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Savona. Questa mattina, in Tribunale a Savona, in occasione dell’insediamento ufficiale e del giuramento del nuovo sostituto procuratore, la dottoressa Daniela Pischetola, che da oggi lavorerà presso la Procura savonese, il Procuratore Francantonio Granero ha scelto di fare un breve intervento nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia per “salutare” la nuova collega, ma anche per proporre alcuni spunti di riflessione sulla situazione della giustizia.

Di seguito riportiamo il discorso che il procuratore ha pronunciato questa mattina: “Ho chiesto al Tribunale di dare all’insediamento della collega Daniela Pischetola un minimo di contenuto cerimoniale che andasse al di là della semplice stesura di un verbale da sottoscrivere davanti al Collegio riunito e che prevedesse l’intervento del Pubblico Ministero in persona del titolare dell’Ufficio, non solo come atto di presenza, ma per pronunciare alcune parole di caldo benvenuto, seguite da alcune considerazioni.

Prima di tutto, il benvenuto alla Collega, con l’augurio di buon lavoro e di fruttuoso inserimento nella realtà giudiziaria locale. Augurio mio personale, di tutti gli altri magistrati dell’Ufficio, togati ed onorari, dei collaboratori della struttura amministrativa e della polizia giudiziaria. Questo augurio, tipico di ogni presa di possesso, merita, però la piccola sottolineatura cerimoniale che ho chiesto, perché nel caso della collega Pischetola l’insediamento nella sede corrisponde al primo conferimento delle funzioni giurisdizionali. Siamo in presenza di un giovane magistrato che nel momento della investitura ha scelto liberamente e coscientemente di svolgere le funzioni di pubblico ministero.

E lo ha fatto conoscendo il carattere molto vincolante, se non irreversibile, della decisione, contrariamente a quel che è accaduto alla stragrande maggioranza di noi, che abbiamo subìto uno stravolgimento della nostra professione quando già l’avevamo scelta e praticata. In un periodo storico normale, quel che ho appena detto sarebbe stato sufficiente per un caloroso benvenuto e non ci sarebbe stato certo bisogno di un testo scritto del quale dare lettura. La decisione di leggere deriva dall’esigenza di non lasciarsi trascinare dalla foga verbale ed utilizzare un linguaggio che potrebbe prestarsi a sviluppi non voluti, come è accaduto nel caso del collega Adriano Sansa, al quale – nel pieno rispetto della decisione giudiziaria che lo riguarda, rispetto che non esclude dubbi e critiche, perché sullo sfondo vi si intravede il delitto di opinione – esprimo pubblicamente la mia piena solidarietà, umana e professionale.

Ma in questi anni stiamo assistendo ad un vero e proprio attacco concentrico alla Giurisdizione, e quindi alla nostra Costituzione repubblicana, fondamento della convivenza civile in uno stato democratico e moderno, per spingere l’Italia verso forme di stato patrimoniale con caratteristiche pre-rivoluzione francese. Ciò avviene ad opera di una parte consistente delle élites politico-economiche, cui inevitabilmente si accodano le masse, disinformate attraverso la sottoposizione ad un efficace e prolungato bombardamento mediatico, a volte smaccatamente ad effetto, a volte subliminale. Non sto uscendo dal tema.

E non si dica che queste sono valutazioni politiche, precluse al magistrato: quel che vado dicendo non implica alcuna presa di posizione ‘di parte’, ma soltanto una doverosa resistenza in difesa della Costituzione. E difendere la Costituzione non è fare politica. E’ un dovere etico, giuridico e professionale. Questo attacco alla giurisdizione (che poi, in pratica, significa giurisdizione penale, quella che interessa) passa inevitabilmente attraverso la demolizione del pubblico ministero, sia mediante la sua delegittimazione (alcuni pubblici ministeri-metastasi), sia attraverso la sua sottoposizione, in prospettiva, al potere esecutivo (il pubblico ministero avvocato della polizia, con il cappello in mano davanti al Giudice).

Infatti, ormai da molti decenni la dottrina ha dimostrato che il Giudice è ontologicamente libero e pertanto, su quel versante, l’attacco è più difficile. Al massimo lo si può temporaneamente intimorire con sgangherate riforme in tema di responsabilità civile che, altrettanto ontologicamente, nei termini in cui vengono proposte, sono destinate a ingenerare confusione e timori, ma a restare sostanzialmente disapplicate: pena, il caos.

Più facile è l’attacco al Pubblico Ministero, che ha il compito istituzionale di esercitare l’azione penale. Quindi il Pubblico Ministero è il detentore istituzionale della manopola del rubinetto che regola il flusso delle questioni da sottoporre al Giudice. Non occorre attentare alla indipendenza di quest’ultimo: basta regolare il flusso al quale egli potrà abbeverarsi.

Di fronte a questo quadro, la scelta di un giovane magistrato, di avviarsi liberamente alle funzioni di pubblico ministero merita ben più del pur affettuosissimo benvenuto da riservare ad una nuova Collega: la scelta assume un significato simbolico profondo circa la sopravvivenza di motivazioni ideali che sovrastano la grettezza della convenienza materiale e dimostrano che la luce della speranza in una società migliore, più giusta, in cui la Legge sia davvero uguale per tutti, non è ancora spenta. E’ con queste idee e con questi sentimenti, senza alcun timore di cadere nella tanto disprezzata retorica, che stringo Daniela in un caloroso abbraccio rituale”.

Olivia Stevanin
11 Aprile 2011 alle 15:48
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