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Calderina killer in via Nizza, i difensori replicano al pm: la sentenza il 2 maggio

Savona Tribunale

Savona. Ultimo passaggio, prima della sentenza, del processo per la morte di Livio Cerullo ucciso il 23 dicembre del 2003 dal monossido di carbonio fuoriuscito da una calderina installata nell’appartamento di via Nizza a Savona dove viveva assieme alla moglie. Questa mattina, in Tribunale a Savona, dopo che nell’ultima udienza il pubblico ministero aveva formulato le sue richieste di condanna, hanno preso la parola per le repliche i legali degli imputati. Alla sbarra in questo procedimetno si trovano Rosanna Silombria (moglie della vittima), Roberto Perata, Fabio Cerullo (il figlio dell’uomo, ex dipendente della ditta per la manutenzione della calderina che secondo l’accusa si era occupato della revisione dell’apparecchio installato a casa dei genitori), Giovanni Cravero (titolare della ditta a cui i proprietari degli alloggi avevano dato mandato per la manutenzione) e Franca, Angelo e Piergiorgio Salati (i proprietari), tutti accusati di omicidio colposo in concorso.

Al termine delle repliche degli avvocati il giudice ha rinviato il processo al prossimo 2 maggio quando dovrebbe essere letta la sentenza. Il pubblico ministero aveva chiesto un anno per Angelo e Giorgio Salati, 9 mesi per Franca Salati, Roberto Perata, Fabio Cerullo, Giovanni Cravero, e infine 5 mesi per Rosanna Silombria (imputata come “conduttrice” dell’appartamento, e al tempo stesso parte civile per le conseguenze dell’intossicazione e come vedova della vittima).

Nel corso di una delle ultime udienze, il figlio dell’uomo, ex dipendente della ditta Cravero, che oltre al dramma per la perdita del padre (la madre se la cavò per un pelo) deve ora subire un processo che lo vede accusato in concorso della responsabilità per la morte del padre, aveva dimostrato con documenti e buste paga alla mano che non era più dipendente della ditta Cravero in quanto licenziato prima del fatto, e che il numero di serie fornito dall’azienda per l’attività di manutenzione dell’alloggio risultava diverso da quello che invece certificava il suo lavoro.

Al vaglio del processo l’accertamento sulla reale responsabilità nella manutenzione della calderina, in uno stabile che aveva da poco cambiato la tipologia di impianto per il riscaldamento. Stando agli atti del dibattimento l’incidente sarebbe stato provocato da un tappo che si era formato nella canna fumaria in quanto la caldaia dell’abitazione non aveva i requisiti per la combustione a gas metano.