Sanremo. E’ datata 12 giugno l’ultima lettera inviata da don Luciano Massaferro ai suoi parrocchiani. Due pagine fitte di parole scritte in stampatello con le quali il sacerdote alassino “urla” la propria innocenza e dalle quali traspare un uomo amareggiato per accuse che ritiene ingiuste e infondate, ma allo stesso tempo pronto a combattere.
“Don Lu”, come lo chiamano affettuosamente i suoi amici, affida l’inizio della sua missiva alle parole di San Giovanni Maria Vianney: “Un buon cristiano deve essere sempre pronto a combattere. E’ combattendo che proviamo a Dio che il nostro amore consiste nell’accettare le pene che lui ci manda”. Questa pena, per il prete di Alassio, è la detenzione in carcere con l’accusa pesantissima di pedofilia. Più che di “detenzione”, don Lu parla di “sequestro” (questo è il 176esimo giorno di prigionia per lui) e di una situazione che non sa spiegarsi. “Combattere credo significhi per me non stare in silenzio davanti all’ingiustizia e all’ipocrisia e affiancare alle bugie la bellezza della verità – scrive il prelato -. I mass media e chi non conosce me e neppure l’assurda vicenda che mi vede ingiustamente coinvolto, mi ha già processato sull’onda di una fretta giustizialista che è sempre cattiva consigliera”.
“Dormite sonni tranquilli – dice don Luciano ai suoi parrocchiani – non ho certo paura di queste posizioni. Non ho taciuto quanto dovevo dire in passato e non comincio certo ora”. Il sacerdote ha però deciso di non prendere parte al processo che lo vede accusato di aver abusato di una minore. Una decisione motivata dalla volontà di sottrarsi alla curiosità a volte morbosa di telecamere e taccuini (la prossima udienza è fissata al primo luglio). Per ora le uniche “deposizioni” di don Lu sono quelle scritte nere su bianco da una cella del carcere di Sanremo.
