Albenga. “I primi morirono, ma il tuo sacrificio non fu vano Cascione…”, questo l’incipit di un famoso verso dello scrittore sanremese, a sua volta combattente per la libertà, Italo Calvino in memoria del mitico comandante Felice Cascione che per primo nell’estremo ponente ligure ed in tutta l’Ingaunia organizzò quelle brigate partigiane che, nella primavera del 1945, qui come in tutta la penisola contribuirono a liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista.
Cascione, nato ad Imperia nell’anno che vide la fine del primo conflitto mondiale e cioè il 1918, proveniva da una famiglia non certo agiata, discendente di un’antica dinastia di campanari svizzeri, ed era un medico chirurgo già impegnato nelle fila dell’esercito italiano sul fronte albanese.
Poco prima dell’armistizio di Cassibile riuscì a tornare nell’imperiese e nella sua città natale manifestò per l’uscita dell’Italia dalla guerra, esultando per la caduta del regime di Mussolini. Per questo venne incarcerato sotto il governo Badoglio. Quando i fascisti fondarono la Repubblica-fantoccio di Salò e calarono i tedeschi in Italia, Cascione, risoluto, decise di organizzare la resistenza armata all’invasore nazi-fascista. Raccolse attorno a sé un gruppo di soldati allo sbando ed in nome degli ideali di libertà e democrazia iniziò la sua lotta percorrendo le contrade dell’imperiese e soprattutto dell’entroterra ingauno.
Cascione era però un medico ed il giuramento di Ippocrate mai l’aveva dimenticato. A differenza di molti suoi compagni d’arme cercava sempre di salvare la vita dei suoi prigionieri fascisti. Un gesto di generosità in tal senso nei confronti di un milite delle brigate nere, tale Michele Dogliotti, lo tradì e ne decretò la morte. Una volta liberato infatti Dogliotti guidò le compagnie tedesche verso il casone di Alto, sui monti che separano Albenga da Garessio, dove alloggiava la brigata di Cascione.
Nacque una cruenta battaglia tra i nazisti ed i partigiani di Cascione che si risolse con il ferimento del comandante, avvenuto a causa di un azzardo tattico dello stesso. Insieme a Cascione i tedeschi catturarono anche un altro partigiano ma il comandante, in nome di quella generosità che da sempre lo contraddistinse, si dichiarò come l’unico, vero capo della resistenza ed allora una raffica di mitra lo colpì.
“Nei cieli di Alto e Nasino si sentì per tre volte rimbombare un grido sovrumano, era Cascione che moriva” ha dichiarato più di un testimone dell’eccidio. Mercoledì prossimo Albenga, dopo Imperia e Garessio, uno dei vertici del triangolo entro il quale la brigata Cascione operò, ricorderà il combattente autore della canzone “Fischia il Vento”, che tutti definiscono essere l’inno della Resistenza italiana, in occasione del sessantatreesimo anniversario della Liberazione, nella speranza che, anche se è passato così tanto tempo, i valori che i liberatori di allora vollero trasmettere ai propri figli rimangano scolpiti nella memoria delle nuove generazioni.
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