Regione. Alla presenza del Ministro dell’Ambiente uscente Alfonso Pecoraro Scanio, del presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti Roberto Barbieri e del presidente dell’agenzia Giancarlo Viglione è stato presentato ieri a Roma il dettagliato “Rapporto Rifiuti 2007” curato annualmente dall’APAT, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici (lo studio è disponibile online: www.apat.gov.it). In crescita la produzione nazionale di rifiuti urbani che si attesta nell’anno 2006 a 32,5 milioni di tonnellate con un incremento superiore al 2,7% rispetto al 2005 (circa 860 mila tonnellate). Diversamente dagli anni precedenti l’aumento più consistente si osserva al nord Italia con una crescita del 3% circa a fronte dei quasi 2,9 punti percentuali al Sud e dell’1,8% osservato al Centro. È quest’ultima macroarea, al contrario, a registrare il valore maggiore pro capite nella produzione di rifiuti: con 638 kg per abitante per anno, infatti, le regioni centrali conquistano l’infelice primato, distaccandosi nettamente dal Sud (509 kg) e dal Nord (544 kg) che però presenta dati negativi in Liguria e Valle d’Aosta: “L’analisi dei dati a livello regionale evidenzia, nell’anno 2006, i maggiori valori di produzione pro capite per Toscana, con oltre 700 kg per abitante per anno, Emilia Romagna (677 kg per abitante per anno), Umbria (661 kg per abitante per anno), Lazio (611 kg per abitante per anno), Liguria (609 kg per abitante per anno) e Valle d’Aosta (599 kg per abitante per anno)” (p. 15). In coda alla classifica Basilicata (401 kg pro capite), Molise (405 kg), Calabria (476 kg), Friuli Venezia Giulia (492 kg) e Trentino Alto Adige (495 kg). Sono le regioni meridionali a registrare comunque in termini percentuali gli incrementi più elevati: circa il 3% la (Puglia +5,1%, Sicilia +4,2% e Basilicata +4,1% di crescita del pro capite), in contrapposizione al 2,4% del Nord e una sostanziale stabilità del Centro (- 0,2%).
Nel complesso positiva la diffusione della raccolta differenziata, tuttavia ancora lontana dall’obiettivo del 40%, da raggiungersi entro il 31 dicembre 2007 e introdotto dalla legge 27 dicembre 2006, n. 296. A livello nazionale, infatti, la raccolta differenziata registra una percentuale del 25,8% della produzione totale dei rifiuti urbani, contro il 24,2% rilevato nel 2005. In valore assoluto, la crescita del settore è quantificabile in 700 mila tonnellate, grazie soprattutto al contributo del nord Italia (circa 447 mila tonnellate, pari all’ 8,3%), in cui la raccolta differenziata è ben sviluppata già da anni. Si rileva, tuttora, un sensibile divario tra le diverse macroaree geografiche; infatti, mentre il Nord, con un tasso di raccolta pari al 40% raggiunge, con un anno di anticipo, l’obiettivo del 2007, il Centro ed il Sud, con percentuali rispettivamente pari al 20% ed al 10,2%, risultano ancora decisamente lontani da tale obiettivo ma va comunque rilevato il forte incremento del Sud (+19%). A livello regionale nell’anno 2006 i dati migliori si registrano in Trentino Alto Adige, Veneto, Lombardia e Piemonte; il “Trentino Alto Adige, in particolare, con una crescita della quota percentuale di circa 5 punti tra il 2005 ed il 2006, si configura, con il 49,1%, come la regione con il più alto tasso di raccolta differenziata e si colloca, con tre anni di anticipo, ad un valore prossimo all’obiettivo del 50%, fissato dalla legge 296/2006 per il 31 dicembre 2009. L’incremento mostrato da questa regione appare particolarmente rilevante, se si considera che la sua percentuale di raccolta risultava, nel 2001, inferiore al 25%. Anche il Veneto, con un tasso pari al 48,7%, risulta vicino al target del 50%, mentre al di sopra del 40%, obiettivo fissato dalla normativa per il 2007, si collocano la Lombardia (43,6%) ed il Piemonte (40,8%)” (pp. 20-21). Oltre la soglia del 30% si colloca anche la Toscana (al 30,9% circa), mentre al 24,5% ed al 19,5% si attestano, rispettivamente, le percentuali di raccolta differenziata di Umbria e Marche. Una menzione speciale alla Sardegna che, grazie all’attivazione in diverse province di specifici sistemi di raccolta, anche di tipo domiciliare, registra l’incremento della percentuale di differenziata più significativo: dal 9,9% del 2005, infatti, al 19,8% nel 2006, con una crescita di circa 10 punti. Se in generale tutte le regioni del nord Italia si attestano al di sopra del 30%, fa eccezione la Liguria con un misero dato medio fermo al 16,7% (Imperia 15%, Savona 20,8%, Genova 14,2%, La Spezia 21,3%). Decisamente meglio la situazione per quanto riguarda i cosiddetti rifiuti pericolosi (il rilevamento, in questo caso, si riferisce al 2005): “In Liguria, confrontando i dati della produzione pro capite di rifiuti pericolosi, rispetto al 2004, si nota un notevole decremento (-33%), causato dalla chiusura dell’impianto Ilva di Genova. Anche nel 2004, si è registrata una diminuzione, rispetto all’anno precedente (-31%), che trova giustificazione nell’eccezionale produzione, riscontrata nell’anno 2003, di rifiuti pericolosi da parte di una industria chimica operante nel comune di Cengio” (p. 358). La produzione pro capite di rifiuti pericolosi si attesta quindi in Liguria sui 120 kg/abitante anno; a livello nazionale i valori più elevati di produzione (per il 2005) sono invece quelli di Sardegna (185 kg/abitante anno), Friuli Venezia Giulia (179 kg/abitante anno), Emilia Romagna (175 kg/abitante anno) e Lombardia (173 kg/abitante anno).
L’analisi dei dati relativi alla gestione dei rifiuti urbani mostra ancora una riduzione del ricorso alla discarica, che decresce di 0,7 punti percentuali rispetto al 2005, pur facendo registrare, in termini quantitativi, un incremento rispetto allo stesso anno (+300 mila tonnellate di rifiuti, pari ad un incremento percentuale dell’1,7%). La discarica, tuttavia, si conferma la modalità di gestione dei rifiuti urbani più diffusa. Cresce del 6,3%, al Centro, il quantitativo di RU destinato a questa opzione di gestione dei rifiuti, mentre nelle altre aree geografiche del Paese i numeri sono rimasti pressoché identici. Il numero di discariche per rifiuti urbani in esercizio, nel 2006, diminuisce di 37 unità rispetto al 2005, confermando la tendenza già evidenziata nell’ultimo quinquennio. La riduzione del numero di discariche è maggiore nel sud del Paese; in particolare, interessa alcune regioni come la Sicilia (-23 impianti), la Calabria (-7 impianti) e l’Abruzzo (-3 impianti). La Lombardia mantiene il primato virtuoso di regione che conferisce in discarica la percentuale inferiore di rifiuti urbani prodotti: 17% del totale, nonostante un incremento dell’11,5%, in parte ascrivibile all’aumento della produzione dei rifiuti (+3,8%). In crescita anche i dati relativi alla Liguria, con un aumento del 16,2%, “imputabile ai conferimenti in discarica provenienti da altre regioni”. Si conferma il divario tra centro-sud e nord del Paese emerso nelle passate edizioni del Rapporto Rifiuti APAT: rimangono nelle posizioni basse della “classifica”, infatti, Sicilia, Molise e Puglia, responsabili di un ricorso elevatissimo allo smaltimento in discarica (94%, 93% e 91%). Il ricorso alle altre forme di gestione appare in generale abbastanza stabile: l’incenerimento registra una diminuzione dello 0,1%, mentre il trattamento meccanico biologico ed il compostaggio da matrici selezionate aumentano, rispettivamente, dello 0,6% e dello 0,2%.
“Un dato allarmante quello della crescita della spazzatura prodotta in Italia. Tra 2003 e 2006 si registra un aumento dell’8,3% dei rifiuti, molto maggiore di quello del PIL (2,6%) e dei consumi (2,9%) nello stesso spazio di tempo. Non si nasce col ‘gene’ della raccolta differenziata e il dato a livello nazionale (25,8%) rende evidente che in questo campo va fatto qualche sforzo in più”, ha commentato il presidente dell’APAT Giancarlo Viglione. “Le discariche – ha proseguito – sono diminuite di numero (-0,6%), ma visto che le tonnellate di rifiuti stoccate in esse sono aumentate, non si tratta di un dato rilevante e bisogna anche considerare che per ogni tonnellata di rifiuti è necessario un metro cubo di spazio in discarica. I dati del Rapporto Rifiuti 2007 confermano una grande sofferenza, ma sicuramente possono aiutare le Istituzioni ad adottare politiche adeguate per ridurre il nostro gap rispetto al resto d’Europa”, ha concluso Viglione. “Riguardo ai dati del rapporto APAT – ha dichiarato nel suo intervento il Ministro dell’Ambiente uscente Alfonso Pecoraro Scanio -, possiamo dire che servono a ripristinare la realtà dei fatti: oggi, anche dove la raccolta differenziata funziona (come al Nord) si fatica ancora a raccogliere la parte organica, che è strategica; togliere l’umido dai rifiuti è infatti una questione fondamentale, ma gli impianti di questo tipo sono ancora sottoutilizzati e lo stesso vale per gli inceneritori, mai sfruttati appieno”. “La discussione sui rifiuti – ha proseguito il ministro -, in Italia è falsata dalla disinformazione. Per esempio, un finanziamento a chi crea inceneritori come il nostro Cip6 non esiste in nessuna parte d’Europa, ma se anche lo si volesse fare, sicuramente non si toglierebbero le risorse per le energie rinnovabili, come succede invece da noi. Lo stesso dramma della Campania, che non è messa poi peggio rispetto ad altre regioni, è stato determinato dall’assurda scelta di affidare tutto il ciclo dei rifiuti ad un’unica azienda, scelta che non a caso oggi è al centro di un’inchiesta e che noi abbiamo sempre denunciato. Oggi servono anche gli inceneritori, se costruiti all’interno di una programmazione ragionevole come quella adottata dal commissario Gianni De Gennaro. Ma – ha concluso polemicamente Pecoraro Scanio – abbiamo anche bisogno di altri tipi di intervento, che invece vengono oscurati dagli interessi affaristici e da una strumentalizzazione becera fatta, anche per via mediatica, da affaristi che sono interessati solo agli appalti e non certo all’ambiente”.
“Nel nostro Paese mancano ancora una parte delle infrastrutture necessarie per perfezionare il ciclo dei rifiuti, ma soprattutto le politiche a monte del ciclo stesso, con strumenti premiali e sanzionatori a seconda dei comportamenti adottati da cittadini ed aziende”, ha commentato infine da parte sua il presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti Roberto Barbieri il quale vede anche nei molto contestati “termovalorizzatori” una soluzione possibile da non accantonare: “La raccolta differenziata è importante ma da sola non basta: servono le migliori tecnologie disponibili e, tra queste, i termovalorizzatori, dei quali va valutato l’impatto ambientale complessivo. Se aumentano le emissioni, infatti, è anche vero che i termovalorizzatori ‘spengono’ altre fonti inquinanti. Alla fine il bilancio può essere comunque positivo, come dimostra il fatto che città europee di grande sensibilità ambientale li hanno in pieno centro abitato”. “Un altro problema – ha concluso Barbieri – sta nella tracciabilità dei rifiuti, che non dovrebbero essere occultabili, ma questo è difficile finché i reati ambientali sono puniti solo con sanzioni amministrative”.
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