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Coronavirus, testiamo la Fase 2 (meno uno), ma poi sapremo passare alla Fase 3?

Enrico Giunta
13 Maggio 2020 alle 15:35
13 Maggio 2020
Coronavirus, testiamo la Fase 2 (meno uno), ma poi sapremo passare alla Fase 3?
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Tutto dipenderà da noi

Il Governo italiano ha fatto errori enormi nella gestione della prima pandemia dell’era globalizzata. Le Regioni e le opposizioni anche. Verrà il tempo in cui tutte le responsabilità politiche, ed in alcuni casi forse anche penali, arriveranno al pettine producendo le adeguate conseguenze. Ma quel tempo non sembra ancora essere arrivato per il semplice fatto che restiamo in una fase di emergenza al cui superamento sono dedicate tutte, o quasi, le energie disponibili.

La crisi che il nostro paese sta vivendo è sociale, economica e sanitaria: sociale perché i nuclei familiari sono inevitabilmente logorati da due mesi di isolamento e di confinamento a casa. Prendendo i due casi estremi di una delle direttrici dello spettro: c’è chi è solo ed è rimasto solo e senza assistenze, e c’è chi ha una famiglia numerosa e non riesce a gestire i propri bambini senza la scuola o magari si trova all’interno di un contesto familiare violento. Su tutti pesano in ogni caso le conseguenze psicologiche che, consapevolmente o meno, ci porteremo dietro a causa di una condizione che mai avevamo vissuto. E poi c’è chiaramente chi non è riuscito a vincere la sua battaglia con il coronavirus: sono drammaticamente tanti e lasciano un vuoto enorme.

Economica perché tante imprese sono chiuse, molti lavoratori dipendenti sono costretti a casa od alla cassa integrazione ed i lavoratori autonomi cercano di capire se riusciranno un giorno a riaprire le proprie attività. Ma anche perché moltissime filiere sono interrotte o procedono a rilento, tantissime famiglie non sanno con che redditi sostenersi ed arrivare a fine mese e perché tutti gli indicatori economici puntano decisi verso il basso.

Sanitaria perché il coronavirus non è sconfitto, non se ne è andato, non abbiamo trovato una cura e nemmeno un vaccino. Peraltro è proprio l’emergenza sanitaria ad aver originato la crisi economica e quella sociale di cui sopra, le cui risoluzioni non possono quindi prescindere da un superamento di quella sanitaria.

In questo scenario, nuovo per tutti e diverso nelle singole drammaticità, è arrivata la fatidica Fase 2. Una fase estremamente delicata i cui tempi sono forse stati dettati più da necessità economico-sociali (e magari anche politiche) che prettamente sanitarie. Una Fase 2 che alcune regioni hanno anticipato, che altre hanno trasformato direttamente in una Fase 3 e che il Governo forse non ha adeguatamente preparato. Le annunciate mascherine a 0,50 centisimi (+ IVA) non si trovano, i meccanismi burocratici tipicamente italiani non rendono sempre fluido l’arrivo degli aiuti a chi ne ha più bisogno, le fatidiche app di tracciamento non sono pronte e i tamponi non sembrano ancora disponibili nelle quantità che invece servirebbero.

Tutto questo sistema sembra in apparenza destinato a naufragare drammaticamente per chiunque lo osservi. Ma c’è una variabile che va tenuta in considerazione: le persone, i loro atteggiamenti ed il loro senso di responsabilità.

Si tratta di un tema molto delicato perché da un lato vanno considerate quelle necessità che ci rendono umani: uscire, incontrarsi e stare all’aria aperta; dall’altro va tenuto conto delle circostanze in cui questo dovrebbe avvenire: di estrema sicurezza, distanziamento e, ancora una volta, spirito di sacrificio. Stiamo riuscendo ad essere consapevoli di ciò che rischiamo e ad agire responsabilmente?

In caso affermativo potremo forse sopperire alle chiare mancanze nelle strutture e nei meccanismi messi in piedi dalle autorità per la gestione di questa Fase 2. La domanda che dovremmo quindi porci è: sapremo mantenere la Fase 2 e le sue limitate libertà guadagnandoci la Fase 3, o agiremo in modo tale da far ripiombare il paese in una Fase 1 che sarà economicamente, socialmente e forse anche sanitariamente devastante?

In molti, senza un comportamento responsabile da parte dei cittadini, professano l’ineluttabilità di un ritorno del coronavirus (che in realtà non se ne è mai andato) e quindi di nuovi lockdown. In effetti è già successo in altre parti del mondo, ma cosa faremo se accadrà anche qui e, per evidenti ragioni, non saremo in grado di sopportare socialmente ed economicamente nuovi lockdown? Salvo variabili che ad oggi ancora non conosciamo, le terapie intensive torneranno infatti probabilmente a riempirsi ed i decessi ad aumentare.

Cosa faremo però a quel punto? Somatizzeremo le centinaia di morti quotidiane (che peraltro si registrano tuttora) mantenendo aperte molte attività ed accettando quindi di sacrificare una parte della popolazione in nome delle libertà personali, delle capacità economiche e delle dinamiche sociali; oppure ci pentiremo amaramente di non aver agito responsabilmente nella Fase 2?

Potrebbe magari anche andarci bene. Potremmo essere fortunati ed evitare un secondo lockdown non per particolari meriti di responsabilità o di decisioni ma per semplice fortuna. Oppure no, potremmo essere sfortunati.

(Articolo disponibile anche su: https://ixcinforma.wordpress.com/)

Tag:
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