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Cambiamento climatico: è tempo di agire

Enrico Giunta
Enrico Giunta
13 Dicembre 2019 alle 14:31
13 Dicembre 2019
Cambiamento climatico: è tempo di agire
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Sono tante le conseguenze negative delle nostre abitudini

Si potrebbe partire dai report degli scienziati, dai colossali incendi dei mesi passati, dalle piazze dei Fridays for Future, dalla COP25 di Madrid o dai ghiacciai che si sciolgono, ma la conclusione resta sempre la stessa. Fra 10 o 20 anni ci pentiremo di non aver ascoltato ed attuato il chiaro e semplice messaggio di cui Greta Thunberg si è fatta promotrice: dobbiamo ridurre le emissioni di CO2.

L’anidride carbonica (o CO2) è la principale causa del surriscaldamento del Pianeta e, quindi, dell’aumento delle temperature globali. Viene prodotta dalle automobili, dagli aerei, dalle industrie, ma anche dagli allevamenti, dalle centrali elettriche a carbone e dalla respirazione umana. La maggior parte delle emissioni di CO2 è però imputabile all’utilizzo di combustibili fossili come petrolio o carbone, sulla cui combustione è basato il nostro attuale sistema economico.

Se l’aumento della temperatura globale causato dalle attività umane è troppo elevato può alterare l’intero ecosistema planetario: fenomeni climatici più estremi, desertificazione dei territori, diminuzione delle risorse idriche, cambiamento dei vari habitat e scioglimento dei ghiacci.

Inoltre, proprio con lo scioglimento dei ghiacci, non solo si ottiene un drammatico aumento del livello dei mari ma si liberano anche migliaia di ulteriori tonnellate di CO2 intrappolate al suo interno, peggiorando così il problema di fondo della riduzione delle emissioni di anidride carbonica. I danni per l’uomo sono potenzialmente catastrofici: dalla necessità di migrazioni climatiche di massa, al cambiamento socio-economico planetario.

Nella primavera del 2019 la CO2 presente nell’atmosfera ha raggiunto le 415 parti per milione, il livello più alto mai toccato da milioni di anni. Ai ritmi di emissione attuali alcuni studi prevedono un aumento di più di 3 gradi entro la fine del secolo. Aumento che provocherebbe danni per 550 mila miliardi di dollari: più di tutto il denaro esistente sulla Terra.

Ora le buone notizie. Gli scienziati hanno calcolato che per mantenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 gradi (la soglia oltre la quale il circolo può diventare vizioso e catastrofico) dobbiamo ridurre le emissioni globali di CO2 del 7,6% annuo fino al 2030. Si tratta di una sfida difficile ma non impossibile e, in ogni caso, necessaria.

Come agire? I modi sono veramente tantissimi ma lo schema può essere generalizzato: un’opinione pubblica consapevole, attiva e determinata che fa le giuste pressioni sui governi. L’esempio più facile è quello dei Fridays for Future che hanno sicuramente contribuito alla spinta green avviatasi in alcuni contesti politici: dal Green New Deal proposto dai Democratici statunitensi, a quello europeo.

Piccoli importanti passi fatti da una politica spinta dall’opinione pubblica. Si tratta di un buon inizio ma “il cambiamento climatico è una prova a tempo” e il 7,6% annuo di riduzione globale delle emissioni di CO2 è un obiettivo ambizioso. È qui che emerge l’importanza dell’atteggiamento quotidiano, dove valgono sempre le solite ricette: elettrodomestici a risparmio energetico, raccolta differenziata (il riciclo della plastica fa bene ai mari e fa produrre meno plastica, cosa che fa risparmiare petrolio), efficienza energetica domestica, uso dei mezzi pubblici, auto elettriche e così via.

Ma c’è anche un altro ambito “quotidiano” nel quale si potrebbe agire. Un recente articolo di Internazionale, pubblicato sul numero 1333 del 15/21 novembre 2019, suggerisce, semplificando, questo concetto: banche, assicurazioni e gestori di risparmi investono sui produttori di combustibili fossili che, quindi, continuano a produrre combustibili fossili.

Il punto sostenuto è che per banche come la JPMorgan Chase, che in 3 anni ha investito 196 miliardi di dollari nell’industria dei combustibili fossili, tali investimenti rappresentano solamente il 7% delle proprie attività. Se il mondo decidesse di compiere una svolta verso l’energia green la JPMorgan investirebbe anche nelle nuove aziende di energie rinnovabili, perché non ha un attaccamento ideologico o “di sopravvivenza” al sistema dei combustibili fossili.

Se i risparmiatori quindi insistessero per far sì che i propri risparmi venissero investiti dalla banca in progetti green, l’industria fossile resterebbe senza finanziamenti e si sforzerebbe anch’essa di reinventarsi. Il ragionamento fatto su Internazionale è chiaramente più complesso ma la conclusione, come all’inizio dell’articolo, è la stessa: fare globalmente pressioni sulle banche, anche spostando i propri risparmi in quelle più piccole che non investono in combustibili fossili, potrebbe essere un modo estremamente efficace per “chiudere i finanziamenti” alle attività che emettono enormi quantità di CO2. Si tratterebbe di una grande campagna globale replicabile ed efficace per la lotta contro il cambiamento climatico alla radice, con effetti a cascata su tutto il sistema.

Vi sembra difficile o spaventoso dover cambiare banca o abitudini? È comprensibile, ma si deve avere ben presente che restando “inerti” saremo comunque tutti costretti a cambiare tutto: abitudini, luoghi di vita, lavori. Tanto vale farlo in maniera decisamente meno drastica nel tentativo di risolvere alla radice il problema delle emissioni: smettere di finanziare le società di combustibili fossili.

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