In genere i libri degli inviati di guerra sono epici e trasudano coraggio. Questo no. Qui si raccontano solo storie ma con onestà e nel rispetto dei fatti in modo da avvicinarsi il più possibile alla verità del momento, l’unica a cui un cronista che consuma le suole delle sue scarpe può avere accesso. Queste storie sono raccontate sia con parole sia per immagini: due linguaggi diversi, da mettere a confronto, per poterne evidenziare in controluce i rispettivi punti di forza e debolezza.
Il volume raccoglie una serie di reportage scritti e filmati tra il 2012 e il 2018, che hanno portato il giornalista in diversi Paesi: Libia, Gambia, Marocco, Siria, Iraq, Bangladesh, Kurdistan, Afghanistan, Bangladesh, Tunisia, Algeria, passando per la Turchia e la cosiddetta rotta balcanica. Il Mediterraneo e non solo al centro di tanti viaggi dell’inviato speciale che, scarponi ai piedi e sigaro in bocca, va là dove si sta scrivendo la storia, nei luoghi dove si stanno vivendo guerre e migrazioni e ci si confronta con le piaghe del terrorismo, delle persecuzioni e della criminalità organizzata. Cronache dal fronte ha anche un carattere innovativo, perché oltre a riportare gli articoli pubblicati su diverse testate, rimanda ai video reportage, così che il lettore possa anche vedere quei luoghi e quelle persone di cui legge la storia.
Negli articoli di Ricucci ricorrono spesso i virgolettati, le voci dei protagonisti che il giornalista riporta per ricomporre il quadro dal suo interno e offrire ai lettori un’immagine il più possibile corrispondente al reale. E quello che non manca mai sono gli interrogativi, le domande che il cronista si pone e pone ai lettori nell’analizzare situazioni complesse, mai lineari, dove l’incertezza e l’imprevisto sono sempre presenti, dove gli equilibri e le alleanze sono mutevoli, dove la distinzione tra buoni e cattivi non è affatto scontata.
L’umiltà, come l’empatia, permeano i lavori del giornalista che non finiscono mai con chiusure di circostanza, ma sembrano rimandare a un nuovo approfondimento, alla futura evoluzione di quel determinato fatto, a un nuovo reportage, realizzato magari a mesi o anni di distanza. Una distanza temporale, non fisica, come racconterebbero, se potessero parlare, gli scarponi che ogni volta portano Ricucci nel cuore della storia, perché come diceva il protagonista di una fortunata serie televisiva ideata da David Shore e Paul Attanasio,
“Gli occhi possono mentire, un sorriso sviare, ma le scarpe dicono sempre la verità” e quelle di Ricucci si sono consumate tra la polvere e le macerie dei fatti che hanno segnato un’epoca. È quella vicinanza auspicata da Robert Capa, che di guerre, con la sua fotocamera, ne ha raccontate molte e che disse “Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Vicino ma sempre con quell’occhio critico e vigile che fa la differenza tra un cronista e un semplice narratore o una voce di propaganda.
Se c’è un fascino che subisco, l’unico, è il poter vivere di persona in prima fila momenti di Storia da raccontare a tutti a modo mio. L’ho sempre fatto con onestà e rispetto dei fatti, senza filtri ideologici né pregiudizi. E me ne vanto. Non so però se basti. Un giorno ad Aleppo nel 2012 sotto i barili-bomba del regime di Damasco, in mezzo ai morti e ai feriti, un’anziana signora vestita di nero mi prese le mani tra le sue e fissandomi negli occhi, disperata, mi urlò addosso: “Voi filmate, filmate ma a cosa serve? A noi serve aiuto e solo Dio ci aiuta”. Sono passati tanti anni, ormai, e aspetto ancora di trovare le parole giuste per risponderle.
C’è molta Siria nelle pagine del libro, un Paese che il giornalista conosce da ben prima dell’inizio della guerra, e che ha raccontato e continua a raccontare nonostante tutte le difficoltà. Ciò che rende ancora più autentico il volume è il racconto di ciò che ruota intorno al mondo degli inviati, tra viaggi, attese, rischi, incontri imprevisti e bevute che aiutano ad affrontare le lunghe sere nei contesti più ameni.
Nella sua narrazione Ricucci dà voce a diversi colleghi e ai loro aneddoti, ma anche a fixer, autisti e traduttori, a quell’universo pressoché sconosciuto dei media worker che rendono possibile il lavoro dei cronisti al fronte. E parla di giornalismo, Amedeo Ricucci, di quel mestiere in continua evoluzione che appassiona molti di noi, che ci attira fatalmente, ci coinvolge e sconvolge, anche quando diventa sempre più difficile poter raccontare e trovare qualcuno disposto a pubblicare quel determinato spaccato di Storia.
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