{"id":39249,"date":"2008-10-31T08:01:11","date_gmt":"2008-10-31T07:01:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ivg.it\/2008\/10\/31\/luigi-vassallo-sulla-scuola-si-gioca-uno-scontro-di-civilta\/"},"modified":"2008-10-31T08:02:48","modified_gmt":"2008-10-31T07:02:48","slug":"luigi-vassallo-sulla-scuola-si-gioca-uno-scontro-di-civilta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/staging.ivg.it\/2008\/10\/luigi-vassallo-sulla-scuola-si-gioca-uno-scontro-di-civilta\/","title":{"rendered":"Luigi Vassallo: &#8220;Sulla scuola si gioca uno scontro di civilt\u00e0&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Del terremoto che si sta abbattendo sulla scuola italiana si possono dare due letture. Anzitutto una lettura in chiave economica (o economicistica).<\/p>\n<div class=\"injected_element injected_element_1 inread_video_ad\"><div class=\"ads-container\">\n                        <div class=\"adunit\" data-name=\"PN-VIDEOINARTICLE-01\" id=\"div-gpt-ad-PN-VIDEOINARTICLE-01_649\" style=\";\">\n                        <script>\n\n                                if (!(document.getElementById(\"div-gpt-ad-PN-VIDEOINARTICLE-01_649\").offsetParent === null)) {\n\n                                    googletag.cmd.push(function() {\n                                        GPT_Slots[GPT_Slots.length] = googletag.defineSlot(`\/${dfp_account_id}\/PN-VIDEOINARTICLE-01`, [320,180], 'div-gpt-ad-PN-VIDEOINARTICLE-01_649').\n                                        defineSizeMapping(googletag.sizeMapping().addSize([990, 0], [[600,337]]).addSize([0,0], [[320,180]]). build()).\n                                        addService(googletag.pubads()).\n                                        setTargeting(\"Sezione\", [edinet_get_sezioni_dfp()]).\n                                        setTargeting(\"Sito\", [edinet_get_site_dfp()]);\n                                    });\n\n                                } else {\n\n                                    document.getElementById(\"div-gpt-ad-PN-VIDEOINARTICLE-01_649\").remove();\n\n                                }\n\n\n                        <\/script>\n                    <\/div>\n                <\/div><\/div><p data-insertion=\"1\" data-new=\"1\" data-parent-tag-name=\"body\">Chi promuove o sostiene i provvedimenti di riduzione della nostra scuola legittima gli interventi nel nome della assoluta necessit\u00e0 di ridurre e contenere la spesa pubblica, manifestando una concezione aziendalistica per la quale il rapporto costo-benefici \u00e8 una delle due variabili (insieme con l\u2019entit\u00e0 del profitto) da prendere in considerazione per decidere l\u2019ampliamento o la riduzione della produzione o del servizio con il conseguente aumento o taglio dei posti di lavoro. D\u2019altra parte a queste stesse persone non sfugge il dramma dei precari della scuola condannati a perdere ogni possibilit\u00e0 di lavoro o quello dei giovani che stanno oggi studiando per diventare insegnanti, ai quali si chiudono in buona parte gli spiragli sul futuro. Ma di questo dramma non possono farsene carico perch\u00e9 \u2013 proclamano \u2013 la scuola non \u00e8 un ente di beneficenza n\u00e9 un ammortizzatore sociale e dietro questo loro apparente buonsenso celano una concezione malthusiana della societ\u00e0, per la quale \u00e8 bene che lo Stato non intervenga a sostenere i poveri, perch\u00e9 cos\u00ec questi saranno spazzati via dal mercato e dalla societ\u00e0 e la popolazione attiva (cio\u00e8 con un lavoro) potr\u00e0 vivere meglio e spartirsi la ricchezza sociale: concezione questa che da duecento anni viene continuamente sbugiardata dal fatto evidente che i poveri (proprio in assenza di radicali interventi degli Stati contro la povert\u00e0) continuano ad aumentare e ad inghiottire nella loro voragine ceti medi progressivamente declassati,  mentre la ricchezza continua ad essere spartita da una minoranza sempre pi\u00f9 ristretta.<\/p>\n<p>Chi si oppone ai suddetti provvedimenti protesta che, anzich\u00e9 tagliare i posti di lavoro, bisogna aumentare l\u2019occupazione per non far crollare i consumi e che bisogna contenere e ridurre la disoccupazione per non accrescere i costi sociali che la stessa comporta: questa protesta, legittima sicuramente, rivela per\u00f2 anch\u2019essa una concezione ecomomicistica e l\u2019assunzione del PIL come misura indiscutibile della crescita sociale, laddove nel PIL figurano grandezze quantitative (come le produzione, gli scambi commerciali e i consumi), ma non figurano gli aspetti qualitativi della vita, quelli che fanno la differenza tra una concezione della vita aziendalistica \u2013 autoritaria e una concezione partecipativa \u2013 democratica.<\/p>\n<p>Ma accanto o oltre la lettura economicistica si pu\u00f2 tentare e rivendicare una lettura politica., se non altro alla luce della catastrofe finanziaria di questi mesi che, partendo dagli USA, sta contagiando il mondo intero e che (in un\u2019ironica eterogenesi dei fini) ci ha fatto gi\u00e0 assistere alla \u201cconversione\u201d dell\u2019amministrazione Bush che, dopo aver vinto le elezioni in nome del pi\u00f9 sfrenato liberismo, si \u00e8 messa in ginocchio davanti al Congresso per ottenere un intervento politico (definito dagli stessi sostenitori di Bush \u201cdi stampo socialista\u201d) nel disperato tentativo di porre rimedio ai disastri provocati da un\u2019economia lasciata senza guida politica e autorizzata ad autogovernarsi con le sue leggi (profitto, costi \u2013 benefici ecc.).<br>\nEbbene, non si tratta di invocare interventi eccezionali della politica quando le cose dell\u2019economica vanno male. Si tratta, piuttosto, di tornare alla chiara consapevolezza di Platone che le tecniche (come l\u2019economia) sanno sempre come procedere ma non sanno se \u00e8 bene o male procedere: questo pu\u00f2 provare a dirlo solo la politica.<br>\nE allora la domanda, in termini politici, non \u00e8 se la scuola costa troppo ma se la scuola serve e a che cosa serve.<br>\nLa risposta su cui gli opposti schieramenti dell\u2019Italia di oggi sembrano essere d\u2019accordo \u00e8 che la scuola serve a garantire il \u201cdiritto di cittadinanza\u201d. S\u00ec, ma quale cittadinanza? Quella della Constitutio Antoniniana con la quale nel 212 Caracalla riconobbe cives  tutti i sudditi dell\u2019impero romano, parificandoli sul piano giuridico, senza, per\u00f2, intaccarne le differenze economiche, sociali, culturali? O quella prefigurata dall\u2019art. 3 della nostra Costituzione che, alla proclamazione della pari dignit\u00e0 di tutti i cittadini, accompagna l\u2019impegno per le istituzioni della Repubblica (e, quindi, anche per la scuola) a rimuovere gli ostacoli che impediscono l\u2019effettiva parit\u00e0?<\/p>\n<p>Un progetto di cittadinanza che non mi piace. Non mi piace il progetto di cittadinanza che sta dietro la scuola che si sta delineando in questo scorcio del 2008: meno tempo scuola, meno insegnanti e meno ATA al lavoro, meno classi di scolari e studenti, meno plessi (cio\u00e8 luoghi fisici dove fare scuola); progetti di integrazione (per la convivenza tra le diverse abilit\u00e0 o tra le diverse culture; per la lotta al bullismo e alle altre forme di disagio giovanile) messi a rischio o cancellati o messi alla berlina come spese inutili e peregrine rispetto al compito della scuola che, nelle intenzioni degli attuali sedicenti \u201criformatori\u201d, dovrebbe essere \u2013 come nella mia infanzia \u2013 insegnare a leggere, scrivere e far di conto\u2026e basta; il problema della devianza giovanile e quello dello scarso rendimento affrontati solo in termini di repressione (voto di condotta e bocciatura) senza che questi strumenti (che pure a volte sono necessari) possano essere inseriti in azioni coordinate e significative di recupero (impossibili in classi sempre pi\u00f9 numerose e con risorse professionali e finanziarie continuamente ridotte). Non mi piace una scuola ridotta ai servizi essenziali, perch\u00e9 questi sono sufficienti solo per una cittadinanza buona per le esigenze del consumismo e non per la partecipazione consapevole e critica al complicato mondo nel quale ci tocca vivere oggi.<\/p>\n<p>Un progetto di cittadinanza che mi piace. Nella nostra giovinezza abbiamo subito il fascino di teorie antiautoritarie che parlavano di descolarizzazione della societ\u00e0, ma, ora che gli entusiasmi giovanili per rivoluzioni fatte pi\u00f9 di slogan che di sostanza sono svaporati, abbiamo chiaro (quelli della mia generazione) che, se il patrimonio genetico (quello che garantisce la nostra identit\u00e0 biologica) si trasmette con un atto di cui sono capaci anche gli animali, il patrimonio culturale (quello che garantisce l\u2019identit\u00e0 di una societ\u00e0 e, dentro di essa, l\u2019identit\u00e0 dei cives) si trasmette solo per via culturale, con un atto intenzionale che richiede la consapevolezza di chi lo compie e di chi lo riceve, oltre ovviamente un luogo e un tempo istituzionali in cui quest\u2019atto possa compiersi. Questo luogo e questo tempo istituzionali \u00e8 quello che chiamiamo \u201cscuola\u201d. Ed \u00e8 nella scuola che si trasmette il patrimonio culturale identitario della societ\u00e0 e cio\u00e8 l\u2019insieme di saperi, abilit\u00e0, nuclei valoriali e, con essi, il ripensamento critico e consapevole degli stessi di fronte alle esigenze del proprio tempo: solo questo patrimonio garantisce il diritto di cittadinanza nella sostanza, al di l\u00e0 delle parit\u00e0 formali. La scuola che serve, allora, \u00e8 quella che si radica nell\u2019art. 3 della Costituzione, quella che assume come orizzonte di cittadinanza la convivenza di sessi diversi, di lingue diverse, di religioni diverse (diversit\u00e0 che, quando entr\u00f2 in vigore la nostra Costituzione, erano solo di principio, mentre oggi esplodono nelle nostre strade nella loro corposa consistenza) e riconosce come propria ragion d\u2019essere l\u2019impegno a rimuovere gli ostacoli alla realizzazione matura e consapevole di tale convivenza. In una scuola del genere possono incontrarsi le esigenze di chi oggi vi lavora o rischia di non lavorarvi pi\u00f9 e le esigenze di chi, per se stesso o per i propri figli o comunque per gli altri, rivendica il diritto a un percorso di crescita personale e sociale. Questa scuola \u00e8 un valore per tutti, perch\u00e9 fonde valore di scambio (cio\u00e8 le esigenze economiche di chi vede minacciate le proprie possibilit\u00e0 di lavorare) e valore d\u2019uso (cio\u00e8 l\u2019esigenza di chi frequenta la scuola di diventare cittadino a pieno titolo per non soccombere come suddito del consumismo e burattino nelle mani di un demagogo di turno).<\/p>\n<p>Serve un forte consenso sociale. Quaranta anni fa la Federazione Lavoratori Metalmeccanici comprese che non bastava pi\u00f9 battersi per migliorare la condizione dei lavoratori nelle fabbriche senza intaccare la condizione di quegli stessi lavoratori fuori delle fabbriche, in particolare quando usufruivano della scuola per i loro figli o dei servizi sanitari per se stessi e le loro famiglie. E cos\u00ec fu grazie alla minaccia di sciopero dei metalmeccanici al fianco dei lavoratori della scuola che ottenemmo nel 1974 i \u201cdecreti delegati\u201d, che oggi ci possono sembrare poca cosa ma che all\u2019epoca furono fortemente innovativi. Io credo che sia necessario ricostruire un nuovo analogo consenso sociale sulla scuola e che a questa ricostruzione debbano contribuire le organizzazioni politiche, sindacali e sociali, nonch\u00e9 i cittadini senza appartenenza, che al progetto di destrutturazione della scuola italiana intendono opporre un forte progetto di ricostruzione come pilastro, nella sua autonomia, di una rinnovata societ\u00e0 democratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em><br>\n<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Luigi Vassallo,<br>\nDirigente scolastico dell\u2019Issel di Finale Ligure in pensione<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Del terremoto che si sta abbattendo sulla scuola italiana si possono dare due letture. Anzitutto una lettura in chiave economica (o economicistica). 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