
India. Era il 4 febbraio scorso quando Francesco Montis perde la vita nella camera di un albergo indiano. Insieme a lui, in quella che avrebbe dovuto essere una vacanza spensierata, c’erano gli amici Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni che, poche ore dopo, verranno arrestati per omicidio.
Inizia così il processo a Varanasi, che va avanti da sei mesi, e che vede l’accusa additare i due ragazzi – albenganese uno e torinese l’altra – come gli assassini di un giovane che, insieme a loro, avrebbe fatto parte di uno strano “triangolo amoroso”, e la difesa attribuire invece a quella tragica morte una causa naturale.
Un processo per il quale gli avvocati dei due imputati hanno ottenuto un procedimento breve – che, però, a causa dei numerosi rinvii decisi dai giudici indiani, tanto breve, fino adesso, non è stato – e che vede “in itinere” un procedimento parallelo di richiesta di libertà su cauzione, respinto dall’Alta Corte indiana, ma sottoposta ora alla Corte Suprema.
Intanto, per domani è prevista una nuova udienza dopo che, in quelle precedenti, sono stati ascoltati i testimoni dell’accusa che, però, avrebbero dato una versione che andrebbe ad avvalorare la tesi della difesa: i camerieri e il gestore dell’albergo in cui si trovavano i tre, infatti, hanno affermato più volte che Montis stava già palesemente male la sera prima del decesso. Senza contare le parole dei genitori della stessa vittima che hanno affermato fin da subito che il figlio soffriva da tempo di gravi problemi respiratori. Tomaso ed Elisabetta hanno sempre raccontato di aver trovato Francesco già agonizzante ma le autorità indiane, fino a questo momento, non hanno voluto credere loro.