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Riflessioni di Roberto Nicolick sulla ricorrenza del 25 aprile

Red.
Red.
22 Aprile 2010 alle 10:00
22 Aprile 2010
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Anche quest’anno, domenica 25 aprile, dovremo assistere al solito ed ovvio reducismo di facciata dei resistenti ad oltranza. Ci toccherà ascoltare, di sfuggita, gli usuali e patetici discorsi pronunciati da persone a cui frega un bel nulla di ciò che è accaduto 65 anni fa, vedremo i consueti cortei, sempre meno frequentati, con le bandiere rosse in prima fila.

Insomma ci saranno in bella mostra, i tristi residui di una archeologia storica, obsoleta e desueta, i riti arcaici e ammuffiti fatti apposta per coprire il grande vuoto che caratterizza queste operazioni. Molti vanno a queste manifestazioni di ricorrenza della Liberazione, sapendo perfettamente che gli ideali per cui molti combatterono e morirono, sono stati ampiamente traditi, in cambio di ben remunerate cariche.

Nonostante questa chiarissima percezione, per semplice inerzia oppure per pigrizia inveterata, molti vanno e sfilano, in questi stanchi cortei, per manifestare la triste cultura del professionismo della Resistenza. In prima fila ci saranno i soliti politici di sinistra, per tenere in caldo l’elettorato incarognito e soprattutto per mantenersi la poltrona a Roma oppure in Regione, ci saranno i soliti “antifascisti” di maniera, quelli che vivono di invidia e rancore e che vorrebbero vedere ancora le liste di epurazione e i plotoni di esecuzione in funzione, con la loro copia dell’Unità bene in vista nella tasca della giacca.

Ci saranno i soliti gruppettari anarco – insurrezionalisti, pronti a dimostrare per qualsiasi ragione, anche la più insulsa, ci saranno tanti curiosi e soprattutto tanta aria fritta, ma mancheranno molte persone, persone che purtroppo, non possono più essere presenti, a dare la loro terribile testimonianza delle atrocità che hanno subito, subite proprio da parte di persone, che avrebbero dovuto combattere in nome della Libertà, quella di cui si parla a sproposito, in occasione del 25 aprile e che invece, fu ampiamente calpestata.

Mancheranno, assenti pienamente giustificati, Giuseppina Ghersi, di anni tredici, scolara, rapita, massacrata e stuprata da partigiani comunisti, per aver scritto in un tema le lodi di Mussolini, mancheranno i suoi genitori, imprigionati, picchiati ed epurati dopo essere stati depredati di tutti i loro beni; mancheranno tutti i trentanove prigionieri “Repubblichini” i quali mentre fuggivano da Savona, vennero fermati a Valenza Po, trasportati su di una corriera verso l’esecuzione sommaria senza alcun processo, a Cadibona, sulla strada provinciale, in una curva nascosta dalla vegetazione, dove uno spietato gruppo di poliziotti ausiliari partigiani compiva con metodica ferocia, la loro opera pluriomicida.

Mancheranno i componenti della famiglia Turchi ed il loro cane, massacrati da un gruppo di partigiani comunisti, notissimi ma innominabili ed intoccabili, in un casolare sopra le alture di Lavagnola; mancheranno all’appello anche i Biamonti, altra nota famigli savonese, Domingo, Nenna, Maria Angiola e la loro domestica Elena Nervo, imprigionati e poi massacrati dai soliti criminali a colpi di mitra e seppelliti nottetempo in una unica fossa presso il cimitero di Savona; mancherà il Signor Mongolli a cui i partigiani comunisti in un estremo gesto di odio e crudeltà, prima di ucciderlo, mozzarono naso ed orecchie, unica colpa sua fu quella di cercare sua nipote Giuseppina Ghersi e tentare di liberarla dai suoi seviziatori.

Mancheranno i circa duecento giovani fanti di marina, presi prigionieri dai partigiani comunisti e massacrati e abbandonati nelle fosse sul Monte Manfrei, a Vara Inferiore; mancherà l’eroico Commissario Amilcare Salemi, liquidato mentre indagava in modo troppo efficace su tutti questi omicidi politici perpetrati a Savona, mancheranno, soprattutto i parenti di centinaia di desparecidos savonesi, che non sanno a tutt’oggi dove sono le spoglie dei loro cari, rapiti e “giustiziati” e quindi non possono posare un fiore o pregare sulla tomba dei loro cari.

Perché l’ANPI o chi per esso, non comunica dove sono seppelliti questi corpi? Perché a tutt’oggi, dopo ben 65 anni, si vuole impedire ai parenti di andare a pregare sulle tombe di queste persone? Che senso ha, di fronte a queste cose terribili realmente accadute e documentate, continuare a mantenere in piedi l’apparato antifascista che contribuisce a lasciare aperte tante ferite?

Roberto Nicolick

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