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Nicolick: “Il cimitero dei cavalli”

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Nel commettere uno o più omicidi, l’esigenza primaria, per non essere scoperti, è quella di fare sparire il corpo del reato, cioè il cadavere, la mafia scioglierva il corpo dell’ucciso nell’acido, nella guerra tra gang negli Stati Uniti si buttava il morto alla foce del Fiume Hudson dopo avergli immerso i piedi in un blocco di cemento, alcuni rapiti dall’anonima sequestri Sarda sono spariti divorati dai maiali, tanto per citare alcuni esempi.

In provincia di Savona, dopo il 25 aprile del 1945, visto il superlavoro delle colonne di fuoco comuniste, si prospettò lo stesso problema, soprattutto nel triangolo della morte che comprendeva i comuni di Savona, Quiliano e Vado Ligure, dove le sparizioni di fascisti Repubblicani e soprattutto persone benestanti furono numerose: da qui l’esigenza di trovare un luogo pratico e sicuro dove poter fare sparire i cadaveri degli assassinati senza dare luogo a incresciosi ritrovamenti successivi e ancora più incresciose inchieste giudiziarie che potevano nuocere all’immagine dei partigiani comunisti.

Era necessario trovare un luogo baricentrico rispetto ai vertici del triangolo rosso della morte, un luogo fuori mano ma non troppo, raggiungibile però celato alla vista, vicino ai campi di prigionia che i partigiani comunisti, crearono subito dopo il 25 aprile 45 e che gestivano a Segno e Legino. In quest’ultimo per esempio si giunse a circa 300 prigionieri, numero che i membri della polizia partigiana , spesso e volentieri ridimensionavano con le esecuzioni sommarie e, da qualche parte i prodotti del loro serio ed impegnativo lavoro doveva essere smaltito.

Nel campo di Legino soggiornò anche, per poco, la povera tredicenne Pinuccia Ghersi e pure la famigli Biamonti, qualche giorno prima di sparire ovviamente.

In effetti i partigiani comunisti avevano trovato un sito idoneo, con le specifiche necessarie, dove nascondere , nei secoli dei secoli, i morti ammazzati, senza dover neppure scavare una fossa con il badile o senza neppure farla scavare, com’era consuetudine al morituro.

Il luogo era a poche decine di metri dal Cimitero di Zinola ( Savona ), vicino ai campi di prigionia dove stavano per l’ultimo soggiorno i prigionieri definiti fascisti e quindi da liquidare.

I partigiani comunisti disponevano anche di un camioncino preso a nolo da una ditta di Savona, la Ditta Minuto Noleggi, con cui trasportare i prigionieri vivi sino al luogo dell’esecuzione e poi cadaveri. E con burocratica efficienza annotavano i viaggi e i pagamenti del noleggio.

Il nome di questo posto lugubre era ” cimitero dei cavalli”, ma ovviamente era solo un soprannome.

Nonostante i tempi pericolosi e il clima arroventato, i Carabinieri fecero delle indagini su alcune voci che circolavano sulla probabile esistenza del cosiddetto ” cimitero dei cavalli” ed appurarono , innanzi tutto che non era una favola ma la realtà per quanto terribile, poi si riuscì a stabilire la sua collocazione, ma il triste della vicenda e’ che non fu mai ispezionato al suo interno. Venne stilato un preciso e circostanziato rapporto a firma del Maresciallo Oreste Anzalone.

Il posto era situato sullo spiazzo a sinistra del Camposanto di Zinola, Savona, in Via Quiliano, in un appezzamento di terreno destinato all’interramento delle carogne di animali.

Su tale appezzamento sorgeva una vecchia fabbrica di concimi, da tempo abbandonata, e a circa 30 metri dall’ossario del Cimitero, esiste tuttora, entro il perimetro della vecchia struttura industriale, un locale sotterraneo, già adibito a concimaia, che nel periodo anteriore al primo conflitto mondiale, ricevette rifiuti alimentari, merci guaste, carogne di animali affetti da carbonchio, ecc. da alcune mappe catastali le sue dimensioni appaiono di m. 14 per m. 5 per m.8 ( per una cubatura di mc. 56 ) . Il locale con le pareti rivestite di pietra, veniva riempito di volta in volta, e il materiale organico in esso versato, veniva eliminato con i vari processi putreffativi.

La chiusura è assicurata da due grosse botole coperte da pesanti coperchi squadrati, nel 1950 il Comune di Savona ne ha vietato l’uso. Negli anni 50, dalle botole emanava un lezzo insopportabile, ed e’ facile capire il perché. Va anche detto che non si provvide alla rimozione del materiale in esso stivato.

Da rapporti dei Carabinieri emerge che nei giorni successivi al 25 aprile 1945, elementi sconosciuti, nottetempo, gettarono nel locale sotterraneo, diversi corpi di persone soppresse , probabilmente dopo giudizio sommario e di cui si voleva tenere celata la morte.

Gli unici dati certi, testimoniali, si è accertato che in almeno tre occasioni una decina di salme furono gettate nella camera sotterranea, con l’aiuto coatto dei guardiani del cimitero, obbligati dagli stessi sconosciuti ad attendere alla operazione. Le salme in quelle occasioni sanguinavano copiosamente, nessun elemento utile alla identificazione dei morti è stato fornito dai presenti. Anzi, in una occasione i terrorizzati necrofori, assistettero ad una sparatoria tra gli sconosciuti che avevano portato lì le salme.

Uno degli uomini armati cadde colpito a morte e ancora rantolante, fu fatto rotolare dai suoi ingrati “compagni di merende” nella botola, assieme a quelli che magari aveva assassinato poco prima. Fare una stima dei corpi delle persone soppresse contenute dal locale sotterraneo, e’ decisamente impossibile.

E’ curioso il fatto che il Comune di Savona , nel 1950, avuto sentore che c’era qualcosa di strano nel locale sotterraneo, ne vietò l’uso e altra cosa più strana è che nessuna Autorità procedette all’ispezione e allo svuotamento successivo.

La realtà è che decine di corpi, oramai ridotti a mucchietti di ossa, giacciono in quel pozzo, coperto da due botole, senza avere il conforto di una preghiera, di un fiore, in mezzo a scheletri di cavalli e altri armenti morti di carbonchio, e nessuno sente il bisogno di scoperchiare questa orribile fossa comune e dare Cristiana sepoltura a queste povere persone, colpevoli solo di far nascere odio omicida ed intolleranza politica da chi predicava la liberazione ma che nei fatti non amava la Libertà.

Roberto Nicolick

Redazione
11 Settembre 2009 alle 9:40
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