I “tutori” del palazzo di giustizia, non si sa per ordine di Chi, evidentemente ligi alla logica della “sicurezza”, o meglio imbevuti del clima di “ordine” e di “autoritarismo” socio-politico che connota da qualche tempo la nostra Repubblica Democratica, hano determinato una situazione paradossale che mi ha, ieri, interessato quale avvocato penalista.
Alle ore 14.25 circa mi sono accinto ad entrare nel Palazzo di Giustizia per accedere al piano secondo – aula IV al fine di svolgere le mie funzioni difensive in un processo che avrebbe dovuto essere chiamato alle ore 14.30, essendo accompagnato da mia figlia, giovane praticante, nel primo anno di tirocinio.
Inaspettatamente, dopo che, superata Piazza Barile, ero giunto all’inizio della strettoia che adduce al garage sottorreaneo, dal quale si accede alle scale e all’ascensore per il piano di mio interesse (oltreché per gli altri piani del palazzo), sono stato fermato, agitatamente, da un “gendarme”, che peraltro ben mi conosce, il quale mi ha intimato di arretrare e di accedere al piano zero, e cioè all’accesso principale, posto al termine di una lunga scalinata esterna, accesso che, a mia memoria, è sempre stato chiuso a partire dalle ore 14.00 e che, evidentemente, a seguito di nuove – recenti – disposizioni di non si sa Chi, a me ignote, sarebbe attualmente invece inaccessibile anche dopo le ore 14.00.
Poiché io replicai che non sarei tornato indietro, dal momento che non ritenevo (e tuttora non ritengo) di poter arrecare alcun pregiudizio di sorta alla “sicurezza” del Palazzo (chissà mai perché i responsabili non si preoccupano e non si sono mai preoccupati, ad esempio, dei faldoni di fascicoli giacenti nei corridoi e negli altri spazi aperti del palazzo, a disposizione di chiunqe vi si trovi a transitare!), il gendarme mi intimò di consegnare il mio documento di identità e poiché io non aderii, essendo ben conociuto da costui, lo stesso, mettendosi a correre all’impazzata, urlò che avrebbe fatto intervenire la Polizia Giudiziaria per bloccarmi; senonché, mentre io e mia figlia eravamo ormai giunti all’ascensore, il ridetto affermò, minacciosamente, che ero stato fortunato, non ho ben capito perché (forse perché non aveva trovato alcun Agente/Ufficiale di P.G. pronto a rintuzzare il mio “violento” comportamento!).
Che dire di più, affinché i cittadini si rendano conto di quel che può succedere, in un tranquillo Palazzo di Giustizia di provincia, ad un avvocato che cerca di svogere onorevolmente le proprie funzioni?
Avvocato Nazzareno Siccardi