Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
A distanza di un anno mi permetto nuovamente di disturbarLa in quanto, in relazione alla lettera da me inviataLe nel marzo scorso, le Autorità governative,alle quali la Direzione del Segretariato Generale del Quirinale ha cortesemente illustrato la questione rappresentata per un esame e le valutazioni di competenza, si sono limitate ad erogarmi un servizio dalle stesse denominato “acqua passata”.
Con lettera dello scorso marzo evidenziai il mio rimpatrio dopo quasi trent’anni di emigrazione condizionato da ambigui atteggiamenti assunti dalla Diplomazia italiana nei miei confronti. In tale lettera aggiunsi anche di aver subito ingiustizie che furono poi giustificate dai responsabili come “uno sbaglio commesso in buona fede”. Tale “sbaglio” (in realtà trattasi di più “sbagli”, uno dei quali oggetto di una interrogazione presentata in Commissione Affari Esteri della Camera all’ex Ministro Massimo D’Alema) mi costringe a risiedere in Italia in condizioni che mi rendono impotente innanzi alle sue gravi conseguenze,che richiedono impellente risoluzione.
Tali “sbagli”, seppur giustificati come commessi in una -per me solo presunta- buona fede, implicano una allarmante ignoranza della legge da parte di coloro che li hanno commessi. Nell´espletare una funzione statale ritengo indiscutibilmente inammissibile l´ignoranza delle leggi che regolano tale funzione,soprattutto quando tale “ignoranza” non ha riservato scrupoli nemmeno per una bambina di allora nove anni (mia figlia) alla quale detto sbaglio in buona fede privò dell’affetto di un genitore: mi riferisco a quattro anni durante i quali l’Autorità di un Paese civile ha deplorevolmente violato il diritto più sovrano di una bambina, un diritto di cui ogni essere umano può godere una sola volta nel corso della propria vita.
Definire ciò “acqua passata” non solo lo ritengo improprio, ma sintomo di una grave sindrome dei disvalori. Per ricominciare a condurre la vita dignitosa che conducevo prima di tali “sbagli” non ho bisogno di essere titolare di un libretto-passaporto (negatomi in “buona fede” per quattro an-ni) di un Paese il cui Governo attribuisce ai propri “sbagli” -a discapito dei cittadini- una superficiale “acqua passata”, implicando in questo modo la volontà di non risolverli.
Il Diritto internazionale mi garantisce la facoltà di tutelarmi dai suddetti deplorevoli “sbagli” anche come Apolide e pertanto, non risiedendo ora all´estero e non avendo altra cittadinanza, chiedo cortesemente di accettare la mia rinuncia alla cittadinanza italiana in deroga al DPR n. 362 del 18 aprile 1994, art. 11 o in deroga a quanto altro previsto in questo senso dalla Legge. Mi riferisco a quella Legge che ha conferito ad una Autorità il potere e la facoltà di ignorar(la) in “buona fede” a discapito delle mie libertà per quattro clamorosi anni consecutivi.
Egregio Signor Napolitano, ho molta stima in Lei sia come mio Presidente sia come mio futuro ex- Connazionale, e pertanto mi scuso se la mia più che lecita indignazione per la “buona fede” prestatami ha condizionato il tono di questa lettera. RingraziandoLa per l´attenzione, porgo i miei più Cordiali Saluti.
Ivo Toniut