
FIRENZE, 27 MAGGIO 1993.
È da poco passata l’una del mattino, quando un boato sconvolge il centro storico della città. L’esplosione distrugge la Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, situata nell’omonima via.
Sotto le sue macerie muoiono la custode dell’Accademia, Angelamaria Fiume in Nencioni, e i componenti della sua famiglia: il marito Fabrizio e le figlie Nadia, 9 anni e Caterina, 50 giorni.
Si incendia inoltre un edificio di Via dei Georgofili e tra le fiamme muore uno studente di 22 anni, Dario Capolicchio. Trentotto feriti, innumerevoli le ricadute agli edifici artistici e religiosi circostanti.
Grazie all’impegno di Gabriele Chelazzi e Pier Luigi Vigna, i magistrati che seguirono l’inchiesta, emerse con chiarezza la matrice mafiosa della strage: cosa nostra aveva deliberato un vero e proprio stato di guerra contro l’Italia, volto a intimidire e minacciare le istituzioni affinché quel regime di norme penitenziarie restrittive nei confronti dei Boss venisse meno, pena lutti e devastazione al Paese intero.
Colpire il patrimonio artistico del nostro paese è colpire una millenaria storia, è distruggere il cuore di un paese: bisognava quindi, distruggere l’insostituibile. “Un magistrato assassinato viene sostituito, con un commissario avviene la stessa cosa”.
La mafia, e tutte le organizzazioni criminali hanno purtroppo ramificazioni profonde nella società: hanno agganci, risorse, e solo il lavoro di uomini di coraggio e di valori han permesso, negli anni, di smantellarne piano piano le fondamenta. Abbiamo bisogno di legalità.
Perché uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Piersanti Mattarella, Rosario Livatino, Luigi Calabresi, e tutti gli uomini e le donne che con loro hanno perso la vita non siano morti invano, e perché tutti coloro che oggi continuano a combattere con tutte le loro forze, vadano avanti con coraggio, quel coraggio che è ideale, esempio, sprone, stile di vita.
Angelo Vaccarezza