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Penombre heideggeriane

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Penombre heideggeriane
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“Credo sia indispensabile attenuare la luce, quella che da secoli pretende di svelare il vero, anche e soprattutto quella della ragione. È un inganno, è banalizzazione, è omologazione. Ogni uomo ha bisogno di un lungo cammino in ascolto, nella penombra dei sentieri che inventa ad ogni passo, per sperare nell’incontro con se stesso in una prossima radura”. Eravamo in silenzio da molto, come ci succede in alcune serate, un silenzio gravido di pensieri e, forse, di parole sospese, poi Gershom pronunciò la frase che ho citato in apertura e la lasciò posarsi lieve e pregna tra di noi. Non dissi nulla, non era il momento di dire nulla, ma l’appuntai ad un angolo della coscienza, lasciandola in attesa di me, poi me ne scordai. Pochi giorni fa, rileggendo un passo di Heidegger, credo di aver colto il senso profondo di quelle parole. Mi riferisco ad un concetto del filosofo espresso, come spesso gli accade, attraverso una metafora. Non mi importa condurre un’esegesi ortodossa del suo pensiero, questo è lo spazio per un pensiero “altro”, così mi permetto una iconoclasta promiscuità tra Gershom ed Heidegger per affrontare un tema che, mi sembra, riguardi ognuno di noi: regalarsi la possibilità di un incontro con noi stessi.

La luce alla quale faceva riferimento il mio caro compagno di bevute e silenzi e parole è la guida della civiltà occidentale dalle sue radici socratiche a Cartesio, da Hegel allo scientismo contemporaneo; ma è una luce che, cancellando le sfumature che si intravedono solo nelle penombre, appiattisce la realtà in una sorta di manicheismo gnoseologico che cancella la singolarità e con essa la possibilità di una vita “autentica”, per ricorrere ad un lessico heideggeriano. La metafora del filosofo tedesco, alla quale mi sto riferendo, è quella della Lichtung, credo sia un suo neologismo che si può tradurre con il termine italiano “radura” ma che significa, nel suo pensiero, ben altro e che, ritornando a Gershom, sostengo riguardi non solo i “pensatori dell’essere” e gli amanti della riflessione ontologica. Radura è il chiarore tanto cercato eppure inatteso nel quale il viandante che attraversa un fitto bosco si scopre, si incontra e coglie ciò che “non è più nascosto”. Altra possibile traduzione che coglie il senso Heideggeriano-Gershomiano della Lichtung è “venire alla luce”, la radura diviene così il luogo del nostro imo nel quale possiamo “venire alla luce a noi stessi”, dopo aver percorso innumerevoli itinerari interrotti, ripresi, abbandonati, ecco che il nostro coraggio, più o meno consapevole, di inventarci nuove tracce invisibili che creiamo al nostro incedere, ci conduce al luogo dell’incontro con una luce che, dando senso all’oscurità, ne smussa gli angoli inaccessibili rivelando, in una serie di suggerimenti, ciò che si disvela, quello che i greci definivano aletheia. È il momento in cui luce ed ombra si determinano reciprocamente nel luogo dell’incontro che è appunto la radura. In essa appaiono nuovi colori e oscurità, la stessa sonorità si rivela per altro da ciò che abbiamo sempre creduto, la parola assume diversi significati, “Comme de longs écohos qui de loin se confondent/Dans une ténebreuse et profonde unité,/Vaste comme la nuit et comme la clarté,/Les parfums, les couleurs et les sosns se répondent” per usare i versi di Baudelaire.

Lichtung è il “boschetto sacro” (locus) nel quale va in scena il nostro “scoprirci”, sono i “momenti difficili” e quelli meravigliosi nei quali mettiamo in discussione il lungo cammino che ci ha condotti esattamente dove ci troviamo, che ci ha reso ciò che siamo, ma è anche il luogo dal quale prendono l’avvio i prossimi sentieri, è il sito della scelta, ci siamo offerti innumerevoli futuri percorsi ed ora, mentre tracciamo un “illuminante” bilancio di quanto è stato, stiamo preparandoci a ciò che sarà e che mi renderà altro ma anche esprimerà meglio ciò che sono già. È un luogo che può anche mettere paura, è l’istante in cui avverto di essere prossimo ad una verità definitiva che mi rivelerà a me stesso ma anche alla contemporanea consapevolezza che l’eccesso di luce uccide la verità poiché essa è “l’incontro delicato e reciprocamente rispettoso tra l’essere che si dà e l’uomo che lo determina”. Non è l’arrogante presunzione, la vera e propria hybris, della ragione, della scienza, dell’oggettività, una tracotanza che pretende di affermare con certezza uccidendo la vita, “e dunque non ti tocchi chi più t’ama” direbbe Montale; bensì la silenziosa disponibilità a lasciare spazio al timido disvelarsi dei segreti più profondi.

Non voglio che il ragionamento appaia eccessivamente criptico e da “addetti ai lavori” anche perché sono convinto che la radura, nell’ottica ibridante di Gershom ed Heidegger, sia la capacità di ognuno di ”creare spazio dove possa accadere l’incontro” e tale incontro è il momento in cui ci scopriamo altro da quanto pensavamo di essere e, contemporaneamente, ci cogliamo per quel quid che di noi abbiamo sempre saputo. Un tema caro a Sloterdijk, un filosofo tedesco contemporaneo, che, sempre riprendendo il pensiero del suo famoso connazionale, descrive l’uomo come “prodotto antropotecnico e paranaturale” suggerisce ulteriori prospettive: nella radura incontro me stesso e intraprendo una conversazione, per raccontarmi e conoscermi, per sapere ciò che ero, quel che sono, come diverrò. Lo strumento della parola, in questo apparentemente folle monologo-dialogo, diviene fondamentale. È la parola che dà vita alla realtà, solo nel mio narrarmi divengo e mi scopro. Ora, il problema ha le corna, direbbe “il filosofo”, dobbiamo interrogarci: Se le parole che uso sono l’espressione del contesto socio culturale nel quale sono stato gettato dal caso, se ho imparato ad usarle poiché non avevo altra scelta ed usandole sono divenuto le parole stesse, allora il pericolo della banalizzazione, dell’omologazione, dell’impossibilità di sapermi come altro da tale mistificazione è non solo con le corna, ma mi ha già inevitabilmente infilzato; se davvero sono un ex animale e un fenomeno “antropotecnico paranaturale” poiché l’aver imparato ad usare la tecnica mi ha reso un suo prodotto, il mio narrarmi può rivelarmi me stesso o non riesce a fare altro che celebrare quella che mi consentirà di sapermi nella mia forma ingannevole e sistemica?

Ed ecco chiarito il senso dell’affermazione dell’amico Gershom: smettiamola di chiedere alla ragione di dirci chi siamo; smettiamo di pensarci come un fenomeno biologico razionale, proviamo a riscoprire il silenzio, ad ascoltarci, “nati non fummo” per limitarci a sopravvivere o per giocare una partita che non ci riguarda profondamente. Dobbiamo renderci conto che tutti noi camminiamo in un bosco, ma sono i nostri sensi che lo inverano, la nostra sensibilità che lo rendono ombra e luce. Nel viaggio ci creiamo e ci conosciamo, ma è necessario inventarne i sentieri con il coraggio dei nostri passi. .. e infine, proviamo a chiederci cosa stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi, certo, oltre ad un immenso debito pubblico: stiamo lasciano le nostre penombre, le parole che abbiamo creato sussurrando a noi stessi nelle radure? O abbiamo abdicato delegando la ricerca del senso e del perché a ciò che può accedere solo al come? Se il nostro conversare sono state luce accecante e omologante o silenzi ammutoliti dal rumore o della chiacchiera comune, potremo avere il coraggio di guardare negli occhi i nostri giovani ai quali abbiamo precluso la magia peculiarmente umana: la parola sussurrata, assaporata e reinventata nella penombra delle nostre radure?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
17 Marzo 2021 alle 11:21
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