
“Esistere significa “poter scegliere”, anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensì la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che sì” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro”. Søren Kierkegaard pubblica sotto lo pseudonimo di Vigilius Haufniensis, “Il concetto dell’angoscia” nel 1844; la questione centrale del suo lavoro, già affrontata in “Timore e tremore”, è una delle radici che troveranno grande fioritura nel pensiero esistenzialista del secolo successivo e che, personalmente, definisco come “la vertigine dell’incedere a precipizio sull’abisso della libertà”. Una delle caratteristiche del pensiero di Kierkegaard, soprattutto poiché palesemente polemica con l’orientamento dominante hegeliano, è che non ha senso una filosofia che non sia espressione e fondamento della vita dell’uomo, una sorta di inno alla libertà contrapposta alla logica limitante della necessità razionale. Non sto affermando di poter garantire la correttezza del pensiero di Kiekegaard e l’infondatezza di quello di Hegel, paradossalmente una simile tesi celebrerebbe il suo opposto, mi limito a sostenere che se non mi pensassi come essere libero non mi penserei in alcun modo … non potrei ne vorrei pensarmi in alcun modo.
Dopo aver sottolineato la grandezza dell’affermazione kiekegaardiana, vorrei utilizzarla per contestarne lo sviluppo negativo che l’autore ne deriva, non avrò modo, per brevità, di affrontare l’ipotesi di “cura” che lo stesso propone, mi limito ad affermare che reputo la “cura” da lui suggerita addirittura più grave della malattia, ma rimandiamo questo argomento ad un altro incontro. Torniamo all’angoscia prodotta dalla consapevolezza che ogni scelta è un sì ad una possibilità ed un contemporaneo no a tutte le altre precedentemente possibili e, forse ancora più angosciante, questo si accompagna alla rinuncia a quella condizione di assoluta possibilità che è l’inconsapevolezza edenica alla quale chiunque rifletta anche solo un istante, comprende bene di non poter più tornare. Un po’ come affermare che l’Adamo ante peccato fosse più felice di quello cacciato dal Paradiso terrestre; oppure, in una prospettiva antropologica, che l’uomo che non si sapeva tale e che oggi definiremmo un primate, era più felice dell’uomo in grado di avere coscienza di sé. Ed ecco che la filosofia di Kiekegaard si radica profondamente nella vita quotidiana, non si colloca più nelle remote regioni dell’Aufhebung di Hegel o nell’Iperuranio platonico, ma scende, pensosa compagna, ad accompagnarci nelle nostre azioni più semplici. Personalmente amo molto l’idea della “onnipotenza della possibilità”, la ritengo un dono meraviglioso che, certo, può generare angoscia, ma anche ci permette di essere quel meraviglioso mistero che è l’uomo e la vita che crea vivendo.
In realtà, nel momento in cui Kiekegaard afferma che “la vita non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere”, restituisce una luminosa bellezza a quella che ci aveva descritto come angoscia. Troppo spesso risolvere un problema significa individuarne i nessi logici, le complessità, i trabocchetti posti da chi si presume abbia costruito e ci abbia somministrato lo stesso e che dovrebbe possederne i percorsi che conducono alla fuoriuscita dal labirinto così che, adeguando il nostro pensiero al suo progetto, si confermi al creatore la sua intelligenza. Al contrario “vivere il mistero”, non nel senso di accettarlo così come mi si presenta, diviene un meraviglioso atto creativo che determina la definizione del qui ed ora trasformando il mistero che non possiedo nella realtà della mia vita. A questo punto il problema, l’angoscia e addirittura la disperazione prospettate dal pensatore danese, si trasformano nella domanda: qual è la scelta giusta? Non condivido la prospettiva, sarebbe come domandarsi se un amore è giusto o sbagliato: l’amore non è mai giusto sbagliato, può solo essere vero oppure non è amore. E lasciamo a squallidi censori stabilire le regole, accettiamo il sentimento più bello come il più libero. Credo sia pleonastico, conoscendo l’intelligenza di moltissimi miei lettori, ma per i pochi altri preciso che è scontato che per amore non vada intesa la “volontà di possedere” magari contro il desiderio dell’oggetto d’amore, ma la gioia di regalarsi e regalare bellezza senza nulla chiedere in cambio. E questo nemmeno implica che chi riceva il regalo lo comprenda e lo apprezzi … come suppongo sia occorso di esperire a molti.
Vorrei ricorrere ad una allegoria, una partita di scacchi, che deve essere colta cum grano salis poiché è ovvio che il potersi muovere solo in diagonale e solo su un colore per l’alfiere o la saltellante mossa del cavallo non sono sovrapponibili meccanicamente alle possibilità di scelta del nostro quotidiano, vanno piuttosto paragonate alle precondizioni non da noi determinate dell’essere mammiferi, per esempio, di non poter volare o respirare sott’acqua, dell’essere nati in questo tempo e luogo, spero di essere stato inteso. Ancora una precisazione: nell’allegoria il giocatore ha un antagonista che nella vita non abbiamo, se così fosse ci ritroveremmo al “problema da risolvere”. Sgomberato il campo anche da questo possibile fraintendimento chiarisco che la metafora mi serve per spiegare un particolare comportamento: la scelta del giocatore che si reputa poco abile nella gestione delle numerosissime variabili implicite dal numero dei pezzi e dalle diverse opzioni di movimento degli stessi, è spesso quella di procedere il più velocemente possibile ad uno scambio di pezzi così da contrarre le complicazioni prodotte dalla “onnipotenza della possibilità” riducendola al minor numero possibile di opzioni che si reputano essere così più controllabili. Il giocatore spaventato dalla sfida ha così abdicato al più grande piacere della partita, chissà, forse riuscirà anche a dare scacco matto o punterà, più probabilmente, ad un risultato di “patta”, ma non ha compreso che il piacere è nel giocare inventando ogni giorno la propria strategia, non per sconfiggere l’avversario, ma per conoscere se stesso.
Non posso concludere questo argomentare, che per altro è ovviamente una apertura ad altro, senza riportare una bella allegoria dell’amico Gershom Freeman: “Ogni scelta è un sasso gettato nel lago della nostra autocoscienza, è l’unica possibilità che abbiamo per conoscerne la profondità e, poiché ogni sasso genera cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua, leggerne le increspature e l’intrecciarsi e sovrapporsi delle numerose tracce, è un meraviglioso viaggio nella scoperta e definizione di noi”. Questa immagine rimanda, secondo me, al concetto che noi non siamo già, ma diveniamo a noi stessi ogni giorno. Il mio caro amico Nietzsche afferma che dobbiamo “divenire noi stessi”, presuppone che tutto non è già dato, che bisogna avere il coraggio di rinnegare la rinuncia implicita nel supporre che tutto sia ordinato da una ragione assoluta e comprendere che è meravigliosamente umano amare il caos dentro di noi se vogliamo che la nostra vita divenga “una stella danzante”.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli