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Per un pensiero altro

Teologia ateistica

Ferruccio Masci
26 Agosto 2020 alle 10:43
26 Agosto 2020
Teologia ateistica
0

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

“Da sempre i poeti avevano parlato della vita e della propria anima. Non così i filosofi. Da sempre i santi avevano vissuto ed erano vissuti per la propria anima. Ma, di nuovo, non così i filosofi. Poi venne un uomo che sapeva la propria vita e la propria anima, un poeta, alla loro voce ubbidiva come un santo ed era però un filosofo”. Sono le parole con le quali Franz Rosenzweig descrive l’uomo ed il pensatore Nietzsche. L’incontro tra il filosofo che ha annunciato la morte di Dio, Nietzsche appunto, ed il tragico pensatore ebreo che riconosce nella Rivelazione la “Stella della redenzione”, Rosenzweig, genera una proposta prospettica di grande modernità e originalità, quello che lo stesso filosofo ebreo, definirà come “nuovo pensiero”. Mi sembra importante ricordare, senza scendere in eccessi biografici, che Rosenzweig collaborò fino alla morte ad una nuova traduzione della Bibbia in tedesco con Martin Buber, il teologo che scriveva: “si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio”, insomma, quel Dio, che per Nietzsche era morto, diviene la pietra angolare del pensiero di chi tanto perentoriamente ha compreso l’imprescindibilità della rivoluzionaria filosofia nietzscheana.

Com’è possibile che due filosofie apparentemente antitetiche, quella di Nietzsche e quella di Ronenzweig, possano essere tanto prossime? Com’è possibile, come fa Rosenzweig, titolare un saggio “Teologia ateistica”? Proviamo a cogliere i nessi apparentemente paradossali, e lo sono in un’ottica convenzionale, che ci conducono alla “radura”, per dirla con Heidegger, alla quale si accede fuoriuscendo dal bosco per incontrare finalmente se stessi. Mi si perdoni l’estrema sintesi con la quale provo a presentare il percorso del pensiero di Rosenzweig: comincia dal suo riscoprire le proprie radici ebraiche, ancora un’antitesi con Nietzsche? No, se si è compreso che Nietzsche non contesta la riconosciuta profondità di un simile pensiero, ma i suoi cascami, cioè quel “risentimento” che denuncia in esso suggerendone lo squallore etico, ma che, precisa, è alla radice della crisi della cultura occidentale. Il secondo passaggio è la contrapposizione alla filosofia idealistica hegeliana seguendo le tracce ed i sospetti sussurrati dal pensiero di Kierkegaard, Schopenhauer e, inevitabilmente, ancora Nietzsche. Del primo condivide la centralità del singolo in antitesi al sistema totalizzante di Hegel; del secondo coglie, nel suo conclamato pessimismo, la fede nella riscoperta dell’uomo come misura assolutamente relativistica della realtà; non poteva, infine, che approdare alla filosofia di Nietzsche affermando che “lui è quegli da cui nessuno di quanti devono filosofare può oramai prescindere”. È importante a questo punto domandarsi: Chi deve filosofare? Chi non può non farlo se non negando se stesso? Credo di interpretare correttamente il pensiero di Rosenzweig affermando che la risposta è: ogni essere umano!

Nella speranza di non essere stato noiosamente didattico passo al momento in cui il percorso dell’originale filosofo ebreo può riconoscersi buon compagno di viaggio dei viandanti che siamo noi che celebriamo la bellezza e l’urgenza di “un pensiero altro”. Il grande messaggio, che sia ebraico, cristiano, induista, laico, che importa? Il grande messaggio è che non ce ne facciamo nulla di una filosofia che tutto inghiotte in un deterministico ordine assoluto: ogni singolo individuo, ogni più profonda emozione, la paura della morte, l’eccezionalità di ogni particolare vita. Non è una buona filosofia quella che suppone di essere la parola dell’assoluto, solamente razionale, una filosofia che sa spiegare anche Dio, anzi, che è Dio stesso, ricordiamo le parole di Buber citate nell’apertura. La proposta di Rosenzweig, innovativa e ancora in cammino, è di accettare la meraviglia della rivelazione-relazione che è “incontro”, per il credente con Dio, per il laico con se stesso e con l’altro da sé nel quale riflettersi e riconoscersi. Non è un caso il lavoro parallelo tra Rosenzweig e Buber il quale afferma “Lo scopo della relazione è [ … ] il contatto con il Tu; poiché attraverso il contatto ogni Tu coglie un alito del Tu, cioè della vita eterna”. Se smettessimo per un attimo di contrapporre un dio all’altro vivendoli come simulacri e riconoscessimo il divino che è in noi come possibilità, allora anche un ateo convinto come me e come il mio amico Federico, mi riferisco a Nietzsche ovviamente, potrebbero convivere proficuamente con i credenti, ecco cosa significa “Teologia ateistica”.

Mi si permetta una breve considerazione autobiografica: nel mio percorso come docente di filosofia ho incontrato, oltre a splendidi professionisti, anche coltissimi colleghi filosofi, atei, politicamente prossimi, per quanto è possibile per un anarchico, al mio pensiero, ma ottusamente manichei e bigotti, hegeliani o marxisti che fossero, arroccati dietro o dentro le proprie certezze, incapaci di lasciarsi stupire dall’incontro con un Tu fuori dagli schemi, disperatamente protesi a “ricollocare ordinatamente la destabilizzante ipotesi di un pensiero altro”. E quante volte ho avuto modo di collaborare con insegnanti di religione che non si proponevano come depositari di verità ma del coraggio di una fede, ricercatori della libertà di ogni uomo. Certo, in ogni uomo, come Rosenzweig, vedevano la luce di Dio, per me era ed è la luce dell’uomo, ma osservavamo ed amavamo la stessa luce chiamandola in due modi differenti, che importa? Certo, non sono mancati docenti di religione espressione del più gretto conservatorismo e della più ottusa cultura da santa inquisizione, e allora? Questo dimostra, a mio modo di vedere, quanto poco siano rilevanti la collocazione, il ruolo, l’etichetta, e quanto sia meravigliosamente più vero il coraggio di amare, di cercare di capire chi non osserva dal tuo punto di vista, quale e quanta ricchezza in quegli incontri. Ricordo la compiaciuta sorpresa dei miei studenti assistendo, proficuo paradosso, a mie lezioni in compresenza con colleghi credenti… ma è bene concludere ritornando all’esperienza umana di Rosenzweig.

Rosenzweig soffriva di sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che lo accompagnerà alla morte, una morte forse addirittura attesa come liberazione dal dolore e dal decadimento fisico, ma affrontata con orgogliosa dignità, lavorando lucidamente fino alla fine, sostenuto dall’amore e dal connubio intellettuale con la moglie, dall’affetto degli amici. Una vita ed una morte che rappresentano una sorta di manifesto filosofico, contro il vero nichilismo, quello della arroganza dell’idealismo e del positivismo, un vita che è una proposta concreta per la rinascita di un “nuovo pensiero”. Potrebbe il nostro tempo accogliere la straordinaria libertà di una simile filosofia? Non so, gli stessi che hanno dichiarato di aver compreso la fragilità delle nostre certezze nel momento tragico della pandemia, si sono tuffati a capofitto nel depensamento festaiolo post-covid o reclamano le assolute verità della scienza. Quello che so è che trova spazio in queste righe nelle quali può riconoscersi lo sfortunato pensatore, e chissà, forse qualche lettore si chiederà chi era, ed altri lo ricorderanno per la pulizia etica del suo agire, magari anche qualche inconsapevole hegeliano smetterà di sentirsi depositario di verità definitive ed omologanti per regalarsi alla bellezza di una filosofia che non cerca l’assoluto, ma che sa riconoscere la magia in ogni uomo, in ogni fragile peccatore che sa rialzarsi e riprendere il proprio cammino con il coraggio e l’orgoglio di chi è caduto ma ha saputo rialzarsi. È sarà così che non “un uomo” ma “questo uomo” potrà, accompagnato dal suo luminoso sorriso, con diritto e gioia, uscire dal “tutto della Filosofia” per accedere all’assoluto della propria individualità.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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