
“[…] poi Eros, il più bello fra gli immortali,/ che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini/ doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.” Sono i versi 120-122 della Teogonia nei quali viene presentato un altro dio degli inizi, una delle cause prime, addirittura per molti aspetti, il più importante: nulla può esser-ci dall’essere senza l’intervento di Eros. Dal Caos originario, da quel magma illimitato e tenebroso, tutto in potenza e nulla in atto, brodo cosmico primordiale, aggregazione quantistica, ecco che la scintilla meravigliosa e folle di Eros urla dall’abisso, una voce definitiva ed immotivata, pura volontà di esistere, grido taurino dionisiaco e fu il principio coscienziale: io sono – chi?
Capisco bene che l’apertura di questo incontro possa apparire criptica, ma i tre versi citati sono così pregni di contenuto che la loro comprensione richiede un piccolo sforzo. Eros va visto come pura ed irrazionale volontà di esistere, molto prossima alla cieca volontà schopenhaueriana. Non si tratta di una prospettiva di breve respiro, segna un ambito di riflessione filosofica discriminante: l’essere è razionale o irrazionale? l’esser-ci è progettuale o casuale? È evidente che l’orientamento esiodeo colloca il poeta nel grande alveo della cultura tragica pre-socratica, quella di quegli esseri iperborei che furono gli antichi greci, consapevoli dell’assurdo, antesignani dei più moderni avamposti del pensiero. L’Eros di Esiodo è bellissimo, come un eroe tragico, come un Achille ante litteram, feroce ed amorale, rompe le membra, la struttura logica portante degli uomini, degli dei, del sistema; doma nel petto il saggio consiglio, non si assoggetta alle categorie opportunistiche dell’uomo sociale, della politica, si misura solo in base alla forza, all’intensità delle sue pulsioni, del suo Es più libero ed iconoclasta. Solo molti versi più avanti lungo le strofe del meraviglioso testo esiodeo possiamo incontrare un Eros più prossimo alla nostra idea di amore; un Eros figlio di Afrodite, lo stesso che avrà gloria nelle pagine socratico-platoniche del Simposio.
Solo una breve ma necessaria digressione sulla visione razional – socratica dell’amore che tanto dettagliatamente ci presenta Platone nel dialogo appena citato, il Simposio, appunto. Non casualmente Socrate racconta quanto appreso da Diotima di Mantinea, una donna, ma una donna già collocata in una realtà maschilista … ma questo meriterebbe più spazio analitico e rimando ad una diversa occasione, per ora limitiamoci a sottolineare brevemente che l’Eros socratico non è un dio fondamentale come quello esiodeo, nemmeno un dio secondario, è solo un demone, un ibrido sospeso fra l’anelito al divino e la componente umana ma che acquista dignità proprio per la sua sofferenza, il suo insaziabile bisogno di sapere proprio come atto filosofico. La filosofia, nella prospettiva classica, è peculiarità umana; dio, infatti, essendo puro logos non può desiderare quella sapienza che già possiede, allo stesso modo il bruto, inconsapevole della bellezza della conoscenza, non desidera e non ama ciò che non riesce nemmeno a concepire come esistente o possibile. Ed ecco scattare surrettiziamente la convinzione autofondativa dell’esistenza di una bellezza apollinea, razionale, eterna, vera e giusta che esiste in quanto riferimento e fine dell’atto d’amore della filosofia, strumento razionale per antonomasia che cerca e fonda la razionalità intrinseca dell’Essere. Concetto complesso, me ne rendo conto, e provo a semplificare: se decido che la realtà è razionale e che io, essere umano e pensante, sono depositario di una struttura razionale a “immagine e somiglianza” di quella che fonda e genera la realtà, mi rassereno nella certezza che ben presto potrò accedere alla conoscenza ed al controllo della realtà stessa. Se, al contrario, riconosco la componente pulsionale ed irrazionale del tutto, comprendo che il mio cammino è si progressivo, ma non mi assicura che la direzione intrapresa abbia un senso né, soprattutto, lo richiede. La domanda sull’amore non sarà più se tale fenomeno è giusto, ma solo se è vero e, in questo caso, la risposta va cercata solo nell’energia vitale di ogni individuo.
Quanto più prossimo all’Eros esiodeo il tiaso dionisiaco frequentato dalle Menadi che incede nell’abisso dei misteri senza l’arroganza della ragione ma con il coraggio di indagare ed offrirsi all’abisso, ecco il nuovo sguardo filosofico, non l’autoingannevole e rassicurante prospettiva razionalistica che ci svela solo ciò che possiamo comprendere nascondendo l’immenso sottostante dell’iceberg, ma l’occhio d’aquila che sbigottisce ed ama davvero senza voler possedere. Quanto diverso l’amore che afferma “sei mio perché ti amo” da quello che accetta di essere condiviso per amare e lasciarsi amare, quello che non vuole comprendere il mistero ma viverlo, quello che dichiara “voglio respirare il tuo mistero per restituirtelo intatto”, e non sto scrivendo di un amore puramente filosofico, ma di quello che possiamo incontrare nella nostra vita se abbiamo il coraggio di lasciarlo abitare in noi.
Ed ora torniamo alla radice del “pensiero altro” che passeggia già nell’incipit di questo incontro: il “chi?” primordiale. L’interrogativo archetipico altro non è che il fondamento irrazionale ed egoistico del desiderio di esistere, di esser-ci come altro dal Caos. È affermare l’io all’interno della coscienza dell’io, senza l’urgenza vigliacca di una giustificazione trascendentale, senza annichilirsi all’interno del progetto di un altro, senza barricarsi vigliaccamente dietro regole predeterminate. Amare come creatore, come artista dionisiaco consapevole di essere l’unico responsabile e portatore di istanze ogni volta nuove, senza garanzie pregresse, senza prospettive già percorse, pioniere dell’anima e della vita, inventore di fiabe, pastore di follie, poeta della realtà. Se Eros non ci cammina a fianco ma le sue impronte coincidono con le nostre, ecco che la vita diviene vera proprio nella bellezza dell’impossibilità di sottostare a regole costruite nel tempo da quelli che il grande Federico definiva “inutili”.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
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