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Mario Corso: un talento puro, incompreso dalla critica

Lo speciale del Ct Vaniglia

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Mario Corso: un talento puro, incompreso dalla critica
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Ora che se n’è andato in tanti si sperticano di complimenti come spesso accade. Chi ne ricorda la genialità, chi l’estro, chi la capacità di mettere la firma sulle partite che contavano, chi lo rivaluta da mister ricordando il magistrale lavoro fatto nella Primavera del Napoli da cui scaturirono 6/7 elementi base della rosa che vinse il primo scudetto partenopeo.

Il punto è che Mariolino Corso era nettamente in anticipo sui tempi, un trequartista puro: è stato uno dei migliori d’Italia, decisivo come Pirlo, maligno come Platini, realizzatore come Baggio. Solo ora che non c’è più però sembra merita quel posto che non gli abbiamo mai dato. Per il grande Gianni Brera, Corso era soltanto il participio passato del verbo correre, qualcosa che non gli apparteneva. Brera non amava gli artisti (vedi l’abatino), gli sembravano delle auto-definizioni, parole senza senso compiuto. Lui si definiva un principe della zolla, era dalla terra nuda che tutto doveva nascere.

E così la pensava il suo protetto Nereo Rocco, re del catenaccio. Ma su Corso di sbagliava, come sbagliò su Rivera. Corso era sì un atleta, dinamicamente lento (non certo di testa), ma fisicamente duro. Non riteneva di aver bisogno di correre troppo, ma non era facile spostarlo e se guardate le sbiadite fotografie dell’epoca, vedrete che possedeva muscoli da mezzofondista. La critica diceva che era atipico ed era quello il primo madornale errore. Non si è atipici se si giocano più di quattrocento partite in serie A e si segnano 104 reti in carriera. Un umorale forse, ma non un atipico.

Corso era un trequartista puro, ruolo che allora non c’era nel nostro calcio, stava nascendo dalle parti di Rivera ma non era capito. Allora si andava un po’ a spanne, o eri attaccante o un centrocampista. Bulgarelli, De Sisti, Iuliano avevano la qualità dei fantasisti, ma facevano il lavoro di regia, molto più applaudito perché più logico, più normale. Come Mazzola l’attaccante. D’altra parte allora non c’era televisione, nessuno vedeva il calcio, solo Brera e pochi altri. E alla fine eri quello che loro decidevano, anche se non lo eri.

In realtà Corso è stato uno dei giocatori migliori che l’Italia abbia mai avuto. Certe sue invenzioni le hanno avute in pochi, per esempio Maradona. Discontinui sono tutti i giocatori quando vivono cercando il colpo diverso. Perché non sempre viene e nel frattempo perdi tempo. Ma Corso era sempre dentro il campo, vittoria dopo vittoria, spesso decideva lui. Era un titolare fisso nonostante Herrera non lo sopportasse perché era il cocco della signora Erminia Moratti. Eppoi Herrera era un sofista elettrico, Mariolino un epicureo, non erano nati per capirsi. A ogni apertura di mercato Herrera faceva la lista dei partenti e la dava a Moratti. Al primo posto sempre Corso. Moratti aumentava lo stipendio a Herrera e si teneva Corso. Ma anche Herrera se lo teneva e lo faceva giocare sempre. Ma quale discontinuo. Era divino ed esatto, un giocatore straordinario che non aveva bisogno di correre quanto gli altri, faceva correre il pallone.

Oggi farebbe la differenza nell’Inter, nella Juve e in Nazionale. E nel suo cuore lento aveva anche carattere. Quando Giovanni Ferrari lo escluse dai convocati per il Mondiale in Cile, nel 1962, in fondo a una partita di notte in cui dette spettacolo, Corso lo andò a cercare sotto la tribuna e lo mandò a quel paese col classico gesto dell’ombrello. Compromise per sempre il suo rapporto con l’azzurro. Questo è coraggio, è dignità. Sapeva di avere ragione lui. Peraltro l’Italia in Cile andò malissimo.

Era molto amato dai compagni perché li faceva vincere. Tagnin diceva che «se era in buona giornata Suarez sapevamo che non avremmo perso; se era in buona giornata Corso, sapevamo che avremmo vinto». Il commissario tecnico della Nazionale israeliana, Mandi, nel ’62 stava battendo l’Italia a Tel Aviv 2-0 alla fine del primo tempo. Poi entrò Corso, aveva vent’anni. Segnò due gol, rovesciò da solo il gioco e il risultato. Per Mandi fu come un’apparizione: «Ho visto il piede sinistro di Dio». Poi le sue punizioni, sempre uguali, sempre dalla stessa posizione, sempre prevedibili e sempre in gol. Le chiamarono «a foglia morta». Noi diamo definizioni a tutto quello che non capiamo, serve a normalizzarlo. Ma nessuno in Italia ha mai più battuto punizioni così. Maradona, Mihajlovic, Del Piero, Totti gli davano più forza. Corso era inerzia, pigrizia, esattezza. Una presa in giro. Mi dispiace veramente sia morto in silenzio.

Mai come in questi casi si dice che il calcio non ha quasi mai memoria, si ricorda solo quello che si vede. Tanti ragazzi mi scrivono per chiedermi se davvero Baggio sia stato come Zico. Ne dubitano, non lo conoscono. Nel calcio vince l’ultimo che ha fatto gol. Per Corso spero avvenga l’opposto. Merita un posto che non gli abbiamo mai dato. È stato limitato dai luoghi comuni di una critica che era l’unica allora ad avere diritto di parola.

Forse gli renderemo la giustizia che merita quando oltre a quel sinistro impareggiabile rivaluteremo il suo geniale superlativo cervello: con lui la palla arrivava a destinazione con un passaggio anziché con due. Negli ultimi 40 metri illuminava il gioco, letteralmente.

Christian Galfrè
23 Giugno 2020 alle 21:05
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