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Tutti in ginocchio

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Tutti in ginocchio
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“In nessuna maniera qualsiasi comunanza di qualità, di situazione o di atteggiamento costituisce una comunità. Per esempio la comunanza dell’eredità biologica, che viene considerata come caratteristica di una “razza”, non implica di per sé, naturalmente, ancora nessun rapporto di comunità tra gli individui che sono in tal modo contrassegnati.” Il passo è estrapolato dal saggio Economia e società di Max Weber uscito nel 1922. Nonostante stia per compiere il suo primo secolo di vita l’argomentare di Weber riveste tutt’oggi interessanti aspetti di estrema attualità intrecciando il tema della razza con quello dell’individuo, almeno, questo nell’ottica nella quale lo sto utilizzando. Il percorso argomentativo di Weber concludeva che può sorgere una relazione sociale tra individui che si possa definire come comunità solo “quando essi orientano in direzione reciproca il proprio atteggiamento sulla base di questo sentimento”. Il sentimento al quale rimanda la citazione consiste nella consapevolezza di una condizione comune con gli altri componenti della comunità.

In questi giorni abbiamo sentito spesso usare l’espressione “comunità afro-americana” o “comunità ispanica” in riferimento ad eventi tragici occorsi negli Stati Uniti d’America; il problema rimbalza nelle nostre trasmissioni e tra le affermazioni dei nostri capaci opinionisti e tuttologi, colorandosi di significati ancora molto lontani dalla nostra quotidianità. Il contesto sociale friabile e conflittuale degli USA non si può sovrapporre come una carta carbone alla realtà europea ed, ancor meno, italiana. Certo, qualcuno potrà a ragione affermare che anche in Italia esiste qualche razzista, ma l’eccezione è tale anche per confermare la regola che altrimenti non sarebbe tale, mi si perdoni l’apparente tautologia.

Per meglio comprendere la prospettiva weberiana è indispensabile accennare alla sua definizione di “disincanto”. Non è possibile, in questa sede, sviluppare l’intero percorso del suo pensiero esplicitato lucidamente in “Etica protestante e lo spirito del capitalismo”, ci basti comprendere come il processo evolutivo dell’economia e della società capitalistica, allora non ancora esplicitato dalla globalizzazione come oggi, svuotava di qualsiasi valore etico ( e sacro ) l’intero sistema sociale liberando, di fatto, l’individuo dai vincoli di comunità tradizionali ma solo per incatenarlo ad una realtà disumanizzata e regolata esclusivamente da principi materialistici ed utilitaristici. Ora, il tragitto omologante e spersonalizzante di tale approccio socio economico è oramai giunto a compimento, possiamo a ragion veduta affermare che il lessico del secolo scorso abbia oggi bisogno di essere attualizzato, mi spiego: se le parole sono come dei sacchi vuoti finché non vengono riempite di senso, il secolo trascorso dal saggio di Weber ad oggi ha modificato radicalmente il significato di termini come razza e razzismo ed è necessario, pertanto, ripensare il senso del concetto di “razzismo”.

La lettura più sociologicamente fondata del fenomeno, a mio avviso, non è da rimandare alla “comunanza dell’eredità biologica” ma ad una più profonda e trasversale “disidentità culturale”. Nel mondo del disincanto weberiano non ha più spazio la cultura, quella vera, non quella quantificabile in follower e porzioni di mercato, quella che sa fermarsi, osservare e riflettere sul “chi” senza cercare facili risposte manichee che distinguano tra buoni e cattivi o in base al colore della pelle. Non contesto la necessità di una denuncia pubblica e istituzionale né l’analisi socio-convenzionale del fenomeno, ma se il tutto deve poi risolversi in violenza e saccheggio come risposta a violenza e stupidità, se inevitabilmente dovremo ascoltare chi condanna l’una e l’altra senza trovare nessuna risposta e nessuna analisi sensata del fenomeno nel suo complesso, non staremmo in un certo senso metabolizzando la stupidità della violenza nelle sue forme confuse anche se apparentemente diverse? Torniamo allora a quella che ho definito “cultura vera”, è necessario esplicitare e per farlo bisogna inevitabilmente fare qualche passo indietro.

Siamo stati gettati, tutti noi, l’intera umanità nel senso della totalità di ogni singolo individuo, in questo “sistema mondo globale” senza poter scegliere, come afferma Heidegger, ma questo non ci solleva dalla responsabilità delle deliberazioni successive, ogni uomo, se si pensa come tale, deve avere consapevolezza della propria possibilità e del proprio diritto alla scelta. È necessario interrogarci su “chi siamo”! La domanda sul “CHI?” è l’inizio del nostro viaggio, è quella che si è posta il primo primate nell’istante in cui si è scoperto umano, è stato l’avvertimento del pensiero e la conseguente coscienza di se stesso pensante attraverso l’ interrogazione “chi sta pensando?” dalla quale è scaturita la risposta responsabilizzate e straordinaria: io penso e me ne rendo conto. Ora: siamo sicuri che nel tempo del disincanto esista ancora la consapevolezza del pensiero individuale? Non necessariamente individualista, anzi, ma individuale sì.

L’urgenza di schierarsi e di sapersi nella comunità dei giusti si è palesato macroscopicamente anche all’interno dello pseudo dibattito successivo ai fatti di Minneapolis, ma, oltre a denunciare e condannare senza nessuna deroga quanto avvenuto, vogliamo interrogarci su come sia possibile tanta rabbia, tanta frustrazione, tanta urgenza di potere in tutti quelli che, protetti da una divisa o dall’anonimato della massa, esercitano la ginnastica ottusa della violenza? La “sospensione della responsabilità individuale”, pratica purtroppo diffusa a livello planetario, interclassista, multietnico e interreligioso, ha consentito la cancellazione dell’individuo nella sua natura più profonda, quella della razza umana, come affermava Einstein. Ma com’è possibile non comprendere che non è mai un problema di razza o religione ma sempre e solo di potere? Quello stesso potere che ci vuole ignoranti per dividerci, bianchi neri, cattolici musulmani… il potere della paura che ti fa vigliaccamente nascondere dietro una divisa, un bandana, un ruolo… il potere del numero che cancella la responsabilità e l’individuo… il potere che abbiamo costruito e davanti al quale, tragica analogia, siamo tutti genuflessi.

Non ha più senso il razzismo inteso in chiave novecentesca, il XXI secolo ha urgenza di… “ un pensiero altro”, che riscopra e reinventi ogni singolo tornando a far comprendere la meraviglia dell’intelligenza che non pretende di essere depositaria di verità, ma sa anelare alla ricerca della stessa, sempre protesa alla bellezza che non ha bisogno di potere, anzi, non lo contempla nelle possibilità dell’uomo nuovo, di chi è certo di potersi ri-conoscere nello sguardo e nell’anima di chi lo ascolta perché lui stesso consente all’altro di ri-conoscersi in lui.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
10 Giugno 2020 alle 10:18
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