
“Meglio due di uno solo/ […]/ E se cadono uno dei due/ Rialzerà il suo compagno” Si tratta di un passo tratto dal Qohélet, più noto come Ecclesiaste, che ho conosciuto nella traduzione di Guido Ceronetti il quale, nella sua prefazione, lo definisce “vitale linguaggio di frantumi […] ben acre tentazione per un disgregato scriba contemporaneo”, evidentemente si riferisce a se stesso. Poco oltre, sempre in relazione al particolarissimo testo in oggetto, aggiunge “Una scrittura che non sia cattedra, che non sia ectoplasma di Comitati Scientifici, ma che sia all’altezza della mole di rifiuti di una metropoli d’oggi, con le sue infinite mosche di morte, questo è necessario, questo è bisogno pubblico, evento sociale, offerta”. E mi piace chiudere questa nostra consueta premessa ringraziando l’amica Annamaria Peluffo che mi ha pilotato nei meandri della memoria per recuperare i versi di apertura che mi percorrevano i labirinti della mente senza trovarne l’uscita.
L’attualità del testo, specie nella prospettiva di Ceronetti, si rivela nell’urgenza dell’uomo moderno di un mezzo di comunicazione che sia adeguato ai tempi in cui le “infinite mosche di morte” non sono le tragedie della pandemia, evocazione troppo ovvia per essere vera, ma l’impossibilità di un vero contatto umano aldilà dell’impedimento fisico contingente. Ci raccontiamo che stiamo soffrendo di solitudine, ma siamo afflitti dalla sindrome del branco, se potessimo ci raduneremmo in piazza per abbracciarci e cantare e ballare e, ma solo forse, per amarci: che meraviglioso spettacolo! Eppure quando era possibile non lo abbiamo fatto, certo, consumavamo ore in happy hours o in locali rumorosi, e quanto manca a molti tutto questo! Ma parlare e, ancor di più, ascoltare, non sentire, ascoltare? Mi sembra di poter affermare, senza retorica ma con partecipata malinconia, che la vera solitudine è quella condivisa, è il non riuscire a riconoscersi negli occhi di chi ti sta guardando, si, guardando senza vederti, sentendo senza condividerti, un orrido immenso divide due espressioni solo apparentemente simili: essere soli e sentirsi soli. Quante volte sarà capitato a molti di rientrare a casa e di non trovare nessuno, il silenzio come unico abitante. La prima reazione, purtroppo, è solitamente quella di accendere la televisione o qualsiasi altro strumento sonoro a disposizione, mi è occorso sovente di trovarmi in situazioni dove la televisione fosse accesa ininterrottamente senza che nessuno la stesse né guardando né ascoltando, credo sia logico domandarsene ragione: ebbene, sono convinto che la voce del silenzio sia fonte di disagio per molti esseri umani.
Ognuno di noi è, per sua natura, simile ad una valle dell’eco, ci ritorna, nel silenzio, la voce dell’anima, la nostra parola più intima, la più inattesa e, spesso, la più disorientante. Per questa ragione ci spaventa e ci porta, troppo spesso, a non volerla ascoltare, forse è troppo vera, troppo oscenamente intima, troppo nostra. Siamo assuefatti a rapporti superficiali, sia chiaro che l’intimità di natura sessuale non può garantire una vera profonda condivisione, e questa è la vera radice della solitudine, non l’assenza di persone intorno a noi, ma l’impermeabilità delle relazioni tra le anime delle persone che pure possono essere estremamente prossime. Ma l’humus nel quale può facilmente affondare le radici la solitudine è l’incapacità di guardarsi dentro, di osservare il proprio abisso, per ricorrere ancora alle parole di Nietzsche. Se imparassimo ad affrontare la barriera che abbiamo eretto tra noi e noi, laggiù, dove non ci avventuriamo, convinti così di poter rimuovere vigliaccamente il peccato che è l’origine dell’autoinganno … se ricominciassimo a frequentare ed amare noi stessi, per quello che troviamo laggiù, oltre il muro sovrastato di cocci di bottiglia del quale siamo vittime e progettisti … se … allora scopriremmo che è impossibile essere soli frequentando se stessi e che, d’un tratto, proprio dove una volta nasceva l’angoscia, potremo incontrare uno sguardo, gli occhi di un altro, che da tempo ti stavano aspettando, certo, anche in quel caso sarà indispensabile avere coraggio, ma come dice ancora una volta l’amico Nietzsche, l’uomo è l’animale più coraggioso.
Ed ora solo un paio di riferimenti letterari che, però, non potranno trovare adeguata analisi in questa sede che già troppo ho trattenuto chi mi legge, anche se mi prendo l’impegno di approfondire i riferimenti in una prossima occasione. Bene, il primo testo è dell’inizio ottocento, scritto dalla giovanissima Mary Shelley e divenuto famoso per le avventure del dottor Victor Frankestein e della sua creatura. A parte il diffuso convincimento che Frenkestein fosse il nome del “mostro” e non del suo creatore, mi interessa sottolineare che il primo sentimento avvertito dall’essere, che teoricamente non avrebbe dovuto provarne, fu di solitudine, tanto da richiedere al suo “genitore artificiale” di generare per lui una compagna. Ricordo, alla prima lettura, che mi immaginai l’originario primate che si seppe uomo e lo pensai disorientato, osservare le scimmie intorno a lui, così simili e cosi diverse e lontane, ero e sono convinto che la sua prima emozione fu quella della solitudine. Come dicevo l’analisi meriterebbe più spazio e rimando ad altra data per presentarne in questa occasione una seconda, questa volta una fiaba a lieto fine … forse! Mi riferisco a “Le avventure di Pinocchio”. Anche in questo caso il non scritto, ciò che passa negli gli spazi bianchi fra le parole, è un’immensa solitudine. Geppetto è un vecchio solo che decide di costruirsi il figlio che non ha mai avuto, ma, forse per una sorta di contrappasso genetico, anche Pinocchio si sente solo e tutta la sua esistenza è un crescendo di angoscia e sofferenza fino a che la Fata Turchina, e vogliamo credere, ma con qualche riserva, che il suo amore non fosse utilitaristico come quello di Geppetto, lo trasforma in quel bambino che risponderà finalmente alle aspettative paterne e che potrà integrarsi in un mondo di umani. Il seguito della storia è tutto da scrivere e forse il buon Lorenzini decise di non proseguire consapevole di non aver fatto un gran regalo al piccolo Pinocchio umanizzandolo.
Mi sono tornate alla memoria le parole che, in un meraviglioso film di Luchino visconti degli anni 70 dal titolo “Ritratto di famiglia in un interno”, venivano pronunciate da un eccellente Burt Lancaster: “Le aquile volano sole e in altro, i corvi a stormi”, ma il protagonista, raffinato intellettuale in fuga dalla banalità dell’umanità comune, dovrà misurarsi proprio con i versi che hanno aperto questo incontro e che, parafrasati, lo chiudono: sfortunato chi cammina da solo poiché non avrà nessuno a rialzarlo quando cadrà.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
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