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Riflessioni inattuali

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Riflessioni inattuali
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“D’altro canto una trasformazione del cuore umano è possibile solo a patto che si verifichino mutamenti economici e sociali di drastica entità, tali da offrire al cuore umano l’occasione per mutare e il coraggio e l’ampiezza di prospettive necessari per farlo”. È una considerazione di una attualità estrema, anzi, così attuale da essere una finestra sul mondo che verrà se comprendiamo che il momento di trasformazione che stiamo vivendo può certamente definirsi “di drastica entità” e che l’unica vera opportunità in questo buio crepuscolare che ci si presenta è proprio quella di “offrire al cuore umano l’occasione per mutare e il coraggio e l’ampiezza di prospettive necessari per farlo”. Eppure è estrapolata dal saggio “Avere o essere” che Erich Fromm ha dato alle stampe nell’ormai lontano 1976.

Devo riconoscere che all’epoca dell’uscita del saggio, quando lo lessi per la prima volta, pur apprezzando l’acuta analisi del pensatore tedesco, che l’antisemitismo costrinse a divenire statunitense per sfuggire alle rappresaglie del nazismo, non riuscii a coglierne la preveggenza. A mia scusante posso solo addurre la mia giovanissima età di quel tempo. Ma quello che davvero sconcerta è che oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, l’umanità sia rimasta quella di allora, incapace di cogliere l’occasione per una sorta di palingenesi che possa condurla fuori dalle acque stagnanti di una solo apparente dinamicità. Già a metà degli anni 70 lo sguardo profondo di Fromm aveva colto con grande anticipo quello che, in modo diverso, aveva già intravisto Edmund Husserl presentandolo nel suo scritto “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale” pubblicato postumo nel 1954. La crisi era evidente in forma macroscopica nel manifestarsi delle tragiche dittature che hanno determinato la storia del secolo breve ma l’ottusità consapevole, deliberata, incosciente … del mondo intero, ha fatto sì che il pianeta vivesse per decenni l’incubo della guerra fredda. Ancora insoddisfatti abbiamo assistito in silenzio, vigliacco o complice, nel corso degli anni 80 allo sgretolarsi di altre storiche certezze come il ruolo politico degli stati nazionali e la solidità granitica del regime sovietico. A cavallo tra il tramonto degli anni 80 e i primi anni 90 abbiamo applaudito alla caduta del muro di Berlino per affacciarci sul nuovo mondo, un’epoca di pace e fratellanza, di costante crescita e benessere economico generalizzato. Ancora una volta talpe accecate da una luce che sembrava quella dell’oro ed era riflesso di pirite, ancora una volta stolti o codardi? In quegli anni il nuovo pifferaio era una parola magica, così affascinante, carica di valori profondi come cosmopolitismo, uguaglianza ed opportunità di benessere universale: globalizzazione.

Sono trascorsi trent’anni, lo sappiamo, il cammino della storia viaggia su un piano inclinato ed i mutamenti sono sempre più veloci, ma davvero sta cambiando qualcosa ed in che senso? Se proviamo ad elencare quanti conflitti armati e con quali danni alle persone si sono succeduti dalla fine del primo conflitto mondiale ad oggi, siamo costretti a dar ragione a quegli storici che unificano la prima con la seconda guerra mondiale, poiché nel ventennio tra le due di guerre ne possiamo contare a decine a livello mondiale, così come dopo la “pace violenta” che ha costruito la cortina di ferro e il modo bipolare possiamo elencare la guerra di Corea, quella del Vietnam, le innumerevoli guerre di liberazione e conquista del continente africano, lo scontro feroce e brutale tra palestinesi ed israeliani, le guerre del golfo, quella che ha smembrato l’ex-Jugoslavia, e quante non ne ho elencate. Abbiamo imparato qualcosa? Davvero la globalizzazione ha mantenuto le promesse? Davvero chi ha il dovere di comprendere ha saputo o voluto farlo? Ed arriviamo all’occasione evocata dall’affermazione di Erich Fromm. Davvero nessuno si rende conto che è finito il mondo come lo abbiamo voluto o saputo pensare? Possibile che non ci si renda conto che la sopravvivenza ad ogni costo di una prospettiva che mette al centro mercati e finanza può generare solo l’annichilimento di ogni visione antropocentrica? È inevitabile rassegnarci ad un futuro in cui l’unità di misura del senso e della qualità della vita sia il PIL in crescita e l’incremento dei consumi anche se questo richiede la distruzione non solo dell’ambiente naturale, ma anche e soprattutto della dignità umana?

Il sistema economico globalizzato è costruito su una base antica, quella del liberismo; se una simile teoria ha potuto ottenere risultati anche eccellenti in passato, anche e soprattutto generando squilibri ingiusti e disumani, oggi, dopo trent’anni di globalizzazione, ben poco manca alla completa omologazione planetaria del “villaggio globale”. Il principio che richiede un costante aumento della produzione ed un parallelo aumento dei consumi, è impossibile da attuarsi se non ci sono più aree da colonizzare. Che fare? Una nuova guerra? Tentare l’assalto a Marte? Non c’è fretta, ecco che arriva la pandemia. Ho sentito affermazioni ciniche sul risparmio per emolumenti pensionistici visto il numero di anziani colpiti, ascolto dibattiti su come riaprire le attività per recuperare il terreno perduto e far ripartire la produzione ma questa volta parliamo di “green economy”. Forse, visto che la si nomina in inglese, questa volta tutto sarà diverso … e qualcuno ci crede. “Povero piccolo grande uomo che costruisci fuori di te immensi edifici in forma di chiese e stati e mercati e tecnologie massmediali per poi genufletterti questuante al cospetto dei tuoi mostri”. E torniamo a Fromm: “D’altro canto una trasformazione del cuore umano è possibile solo a patto …” … solo a patto che si transvalutino le vecchie gerarchie valoriali oramai sconfitte e stanche, solo a patto che ci si renda conto che il pianeta che ci ospita non ne può più di noi, che sarà bene riconquistarne la fiducia, ma soprattutto che se oggi scopriamo il vicino di casa che ci ha abitato al fianco per anni e solo la pandemia ci ha offerto l’occasione di scambiare con lui parole di solidarietà da un balcone all’altro, come è possibile che già domani ognuno di noi sia pronto a riprendere la corsa come se nulla fosse accaduto, come se la corsa avesse un senso senza che il mutato cuore umano glielo abbia attribuito?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
15 Aprile 2020 alle 8:42
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