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Chi ha paura del Leviatano?

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Chi ha paura del Leviatano?
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“Homo homini lupus” è oramai un modo di dire abbastanza conosciuto che deriva da un testo di Plauto, l’Asinaria o commedia degli asini, divenuto più noto attraverso l’uso che ne ha fatto Tommaso Hobbes nell’elaborazione del suo pensiero politico, in primis nel De cive e, in maniera più ampia, nella sua opera più nota, il Leviatano. Non ci interessa in questa sede contestualizzare e storicizzare il pensiero hobbesiano nell’Inghilterra del XVII secolo, quanto verificarne la fondatezza e la pretesa attualità. L’espressione latina significa che ogni essere umano è un lupo per il proprio simile: senza estendere la riflessione sul fatto, di per sè estremamente significativo, dell’implicita antropomorfizzazione del comportamento del lupo che ricorre allo stereotipo di una crudeltà cannibalesca assolutamente assente tra quegli animali, è opportuno domandarsi: è così fondata l’analisi del filosofo inglese? Magari in un altro momento potremo anche contrapporla a quella antitetica formulata da Rousseau, ci basti per ora di osservarla attraverso un pensiero “altro”.

L’idea di Hobbes è che gli uomini in origine vivevano in una condizione di selvaggia ed assoluta libertà in quello che il pensatore inglese chiama lo stato di natura. In realtà la conoscenza e lo studio di tale condizione è inaccessibile anche alla moderna antropologia culturale, ma viene assunta come certa, logicamente e storicamente inevitabile, quale momento precedente a quello dell’essere umano civilizzato. Insomma, prima di organizzarsi secondo la logica del diritto, del contratto, della legge, ogni uomo era agito solo da un egoistico istinto di sopravvivenza, una sorta di lotta di tutti contro tutti regolata dall’elementare ed inconsapevole principio di “mors tua vita mea”. Secondo quest’ottica gli esseri umani, naturalmente inadatti ad un reciproco amore, furono indotti all’associazione solo da un utilitaristico spirito che li indusse a vedere nella collaborazione non un modo per essere generosi ed amorevoli verso i propi simili ma un sistema più vantaggioso ai fini della sopravvivenza. Così come nello stato di natura l’unica legge era l’istinto che generava una perpetua condizione di guerra, bellum omnium contra omnes, nella condizione dello stato di diritto ogni singolo aliena gran parte della sua congenita libertà per avere in cambio sicurezza, questo grazie alla creazione di un ente superiore ad ogni singolo componente la società, una sorta di mostro capace di regolare tutto il gruppo e di punire ed anche eliminare chi ne minacciasse la collettiva sopravvivenza. Tale mostro è rappresentato da un essere di origine biblica che si chiama Leviatano. È chiaro che dopo averlo creato ogni individuo si è trovato nella condizione di dover sottostare alla volontà del mostro stesso, accettandola per i vantaggi compensativi che questa condizione avrebbe dovuto offrire, nella speranza che tale volontà si autodirezionasse nel senso auspicato dall’interesse collettivo. Ultima notazione didascalica: l’atto di abdicazione da parte di ogni singolo in favore di una generale utilità, insomma, il contratto che decreta l’alienazione del potere di ognuno nei confronti del mostro-stato-leviatano, è, in Hobbes, irreversibile, ma in questo la storia lo ha smentito, o almeno ci ha provato, in numerose circostanze.

Ora: davvero ogni essere umano è un animale feroce e istintivamente proteso a togliere a ogni suo simile per celebrare il proprio egoismo? Forse, al contrario, è più corretto, come sostiene una diversa scuola di pensiero, riconoscere l’egoistica aggressività nell’uomo di oggi, cioè il frutto dello stato e non la sua genesi. Oppure finalmente il percorso verso la civiltà, la solidarietà nei confronti dei meno fortunati generata dalla cultura e l’abitudine al rispetto del diritto hanno prodotto esseri umani che sanno vivere in armonia, più o meno positiva, regolata da uno stato non più mostro leviatano ma solo garante della serenità e della pace? Mi sembra interessante osservare quanto spesso i genitori, non nello stato di natura, che per certo anche allora qualcuno si sarà amato generando una vita, quante volte oggi i genitori si rivolgono al proprio figlio più o meno in questo modo: “Figlio mio, stai attento, la vita là fuori non è come quella in famiglia, il papà e la mamma ti vogliono bene, ti proteggono e non ti faranno mai del male, ma là fuori devi stare attento, tutti vorranno prevaricarti, ingannarti, sfruttarti. La vita è terribile, ma noi ci saremo sempre, quando piangerai, quando ti sentirai sopraffatto e umiliato come è occorso un poco a chiunque, certo, anche a noi, purtroppo, figlio mio, questa è la vita, per cui, quando esci, sguaina le unghie e impara a difenderti”

Qualche sommessa osservazione in un’ottica altra. La prima: intanto sarebbe interessante poter proseguire ad osservare il dialogo tra gli amorevoli genitori ed il giovane oramai presumibilmente terrorizzato, non credete che sarebbe plausibile ipotizzare un interrogativo spontaneo da parte del giovane che per certo domanderebbe “Ma benedetti genitori, dite di amarmi e vi credo, però non riesco bene a comprendere: se sapevate che la vita è una tale sofferenza, con quale logica amorosa avete deciso di mettermici in mezzo?” La seconda: ma se ogni giovane uscendo da casa si attrezzasse con espressione feroce e unghie sguainate, non credete che, una volta “là fuori” si troverebbe circondato da suoi simili con espressioni feroci e artigli sguainati tanto da dover riconoscere come fondate le allarmante raccomandazioni genitoriali? Non sarebbe rinata e inverata quella giungla selvaggia nella quale impera la lotta di tutti contro tutti e, contemporaneamente, ribadita la necessità di un mostro supervisore che limiti la ferocia istintiva dell’uomo? Terza e conclusiva: non sarebbe ipotizzabile e perseguibile una via diversa, magari capace di rimettere al centro un essere umano educato alla fiducia ed alla solidarietà?

Lo so, è da quasi mezzo secolo, da quando ero ragazzo che mi sento ripetere dai saggi adulti che la mia idea è quella di cambiare il mondo e questa è un’utopia, ma il mio amico Ernst Bloch afferma che solo chi crede nell’utopia può avere la speranza di farlo.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
13 Novembre 2019 alle 7:42
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