
Albenga. Ci sono date scolpite nella memoria. E una di queste, per chi vive sotto le torri ingaune, è il 5 novembre 1994, la data che sconvolse la città di Albenga.
Era sabato, la pioggia battente lucidava le strade, gonfiava i tombini, ma nulla lasciava presagire quello che poi sarebbe accaduto. Ogni albenganese, come per la tragedia delle Torri Gemelle o per l’alluvione di Firenze, ricorda esattamente dove si trovava e cosa stava facendo in quegli attimi di paura.
Chiudo gli occhi e come nella sequenza di un film quell’onda mi assale: un ricordo indelebile, un trauma per ognuno di noi, con la città martellata da una pioggia incessante e violenta.
Pioveva. Con quel tempo mi piaceva lavorare a maglia, così entrai nella bottega e stavo scegliendo i gomitoli, quando mi accorsi che l’acqua iniziava ad entrare, lentamente bagnava il pavimento e dopo pochi attimi aveva già lambito ogni cosa, salendo, salendo fino agli scaffali in basso. Ricordo i gomitoli che si univano e i colori che si mescolavano e lo sguardo della negoziante, che aveva inaugurato l’attività solo da pochi giorni, dipinto di preoccupazione e ansia. Uscii frettolosamente e tornai a casa. L’acqua iniziava a invadere l’antro del palazzo, saliva di gradino in gradino fino al piano terra.
Furono ore drammatiche. Con quel tam tam tipico di quei momenti arrivavano notizie sulla condizione del fiume Centa, il grande osservato speciale. Si gonfiava e saliva e ad un certo punto tutti capimmo che qualcosa di grave era purtroppo accaduto. Un’ondata terribile invase la città. Il fiume era esondato, il ponte non aveva retto, si era spezzato, dividendo in due la città, lasciandoci attoniti tra i detriti che galleggiavano nelle vie e nei vicoli e il fango. Tanto fango.
Dal balcone del terzo piano dove abitavo potevo tenere d’occhio il viale. Un fiume in piena anche nel centro cittadino. Negozi allagati, fango, persone nel buio della notte che lo attraversavano come anime vaganti con l’acqua e il fango che li avvolgeva fino alla vita. Auto sommerse, motorini e biciclette che scivolavano come barche nel corso d’acqua.
Eravamo colpiti, ma uniti dal dramma. Una grande solidarietà. Persone accolte nelle abitazioni ai piani alti unite da quello strano senso di appartenenza e solidarietà che sempre anima gli esseri umani davanti ad una catastrofe naturale, qualcosa di simile alla bontà che ci faceva sentire un’anima sola. A venticinque anni dall’alluvione il trauma resta scolpito nella memoria collettiva.
(fotografia postata da Alberto Calandriello)