
Il ciclo di eventi dedicati a Ottobre De André si è concluso con un pomeriggio nella cantina dei Fieui di Caruggi, ricreata sul palco del Teatro Ambra di Albenga per ovvie ragioni di spazio.
Per l’edizione 2019, al titolo consueto “Trafficanti di sogni” è stato aggiunto “ … e di ricordi”, perché a vent’anni dalla scomparsa di Faber, gli organizzatori hanno pensato di lasciare spazio alla memoria.
Abituati a un tempo che corre sempre troppo veloce, che non permette quasi più di fermarsi, di aspettare e pensare, hanno scelto di riavvolgere il nastro della vita.
Un palco con ospiti da far invidia a eventi super finanziati, che in questo caso viene invece gestito con la massima semplicità e, soprattutto, senza alcun compenso né per gli organizzatori, né per gli intervenuti.
Perché super ospiti accettano di impegnarsi, facendosi carico di viaggi, incastrando l’impegno tra altri più importanti già in scaletta?
Perché ad Albenga, su quel palco e tra le vie di questa bella città, trovano un’atmosfera unica, fatta di storia, di passione, di bellezza e di genuinità.
E perché questa manifestazione viene organizzata da un gruppo di monelli dei vicoli albenganesi non più giovanissimi, ma che hanno conservato la grande voglia di divertirsi in modo sano, facendo del bene.
Come di consueto infatti, il ricavato delle loro manifestazioni viene devoluto in beneficienza, in questo caso alla Comunità di San Benedetto al Porto di Genova fondata da Don Gallo.
Come sempre, racconti, canzoni, aneddoti di Dori Ghezzi e Antonio Ricci, i padroni di casa, ieri supportati anche da Mauro Pagani, polistrumentista, compositore e produttore discografico, che ha lavorato a lungo con Faber.
Uno dei 10 migliori musicisti al mondo, secondo una classifica della critica nipponica nel 1975, che ha collaborato con la crème della musica d’autore italiana, e uno tra gli artisti con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco, con tre Targhe e un Premio Tenco.
C’è stato anche il contributo di Michele Maisano, grande amico di De Andrè, che interpretò “Susan dei marinai”, canzone di Fabrizio, ma che non volle assumersene la “paternità” per qualche differenza sul testo rispetto a quanto da lui effettivamente scritto.
Ieri sono state tante le sorprese, per me: da The Andre, il misterioso trapper che ha la voce incredibilmente identica a quella di Faber, a Daniela Satragno, che ha interpretato in stile jazz due brani di De Andrè, proponendo versioni diverse ma ugualmente bellissime. Anche Robin Manzini ha reinterpretato due brani del cantautore poeta genovese che ho apprezzato molto.
A conferma che il grande patrimonio che ci ha lasciato Fabrizio De Andrè è un qualcosa di “flessibile”, che può essere “contaminato”, personalizzato, adattato e, anche per questo, è sempre nuovo e attuale per altri artisti.
Duccio Forzano, il regista genovese del Festival di Sanremo, in veste di cantante mi ha lasciata senza parole. “Sonny Boy”, di Lucio Dalla, ha acquisito una nuova luce rapportandola alla sua vita. Una vita, anche la sua, fatta di gioie, di dolori, di incidenti e colpi di fortuna. Un uomo che ha saputo cambiare il corso della propria esistenza seguendo una passione, fino ad arrivare all’affermazione del proprio talento e quindi al successo. E ha messo tutto nero su bianco, pubblicando il suo primo libro dal titolo “Come Rocky Balboa”.
Mal ha cantato e ci ha anche fatto sorridere con quell’accento ancora fortemente “British”.
Tutti i momenti musicali sono stati condotti dall’amico dei Fieui Franco Fasano, con l’aiuto di Mauro Vero alla chitarra e Claudio Miceli al sax.
Ma ciò che ieri mi ha emozionato più di tutto, è stato Giorgio Faletti, che era lì con noi attraverso la presenza di sua moglie Roberta Bellesini, impegnata a portare avanti il lavoro del marito, deceduto nel 2014 per un tumore.
Praticamente un genio: cabarettista, comico, attore, scrittore e cantautore. Ogni cosa che ha fatto, è stata al top. Il suo primo libro, “Io uccido” è stato tradotto in 23 lingue, il secondo italiano più tradotto nel mondo, dopo “Il nome della rosa” di Umberto Eco.
I brividi, quelli veri, sono arrivati quando è stata introdotta Roberta Bellesini, con il video di Faletti che cantava
“Minchia Signor Tenente, faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo
Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
Che dopo quasi non resta niente …”
Era il 1994 e si conquistò il secondo posto al Festival di Sanremo con “Signor Tenente”, una canzone che aveva chiari riferimenti alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, per denunciare le condizioni lavorative delle forze dell’ordine.
Ancora una volta i trafficanti di sogni e di ricordi ci hanno regalato momenti indimenticabili e commoventi.
Ciao ciao Ottobre De André, al prossimo anno!
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