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La nascita dell’Eden

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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La nascita dell’Eden
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“Non volevo nascere (e sono nato), non volevo vivere (e sto vivendo), ma quando morirò andrò in paradiso (perché l’inferno lo sto già vivendo)”. È quanto afferma Jim Morrison, con profondo senso del tragico. La citazione di apertura mi è utile per ampliare una argomentazione contenuta in parte nell’articolo di maggio dal titolo: “Riprendiamoci il cielo”. Il fine è di chiarire, almeno spero, alcuni interrogativi sollevati da attenti e critici lettori: ribadisco, non siamo mai stati cacciati dal paradiso terrestre, non sarebbe stato possibile, nemmeno per la strana logica che alcuni vogliono attribuire a chi dovrebbe essere “il primo amore” per credere alle parole del Poeta. No, impossibile cacciarci dal nostro luogo di elezione.

Prima di passare alla fase positiva nei confronti della tesi appena enunciata, però, è opportuno chiarire la ragione dell’esistenza dell’idea di Eden in ogni cultura nel tempo e nello spazio. È lecito e doveroso chiedersi, infatti, come sarebbe mai possibile riconoscere in tempi e culture tanto distanti una costante così significativa, la terra promessa, il paradiso perduto, l’età di Saturno, il paese di Bengodi, il luogo dove scorrono a fiumi latte e miele e cento vergini attendono ogni guerriero morto per la verità suprema, come sarebbe possibile, mi chiedevo, una tale costanza? È forse sintomo di fondatezza dell’ipotesi stessa? Secondo me la ragione è diversa: credo che nella memoria inconscia di ogni essere umano sopravviva il ricordo, confuso ma irrinunciabile, di un luogo in cui non cambiava la luce all’intorno nè la temperatura, il corpo senza peso galleggiava piacevolmente, non era un problema il procacciarsi il cibo e quanto richiesto dal corpo, ciò che si desiderava era ciò che si riceveva. Non è difficile riconoscere in questa descrizione lo stato del feto all’interno dell’utero materno, condizione che accomuna ogni essere umano, indipendentemente da razza, cultura e perfino credo religioso.

La nascita, passaggio obbligato anch’esso omogeneo ad ogni mortale, segna il passaggio da quella perfezione ad un ambiente ostile e violento. Appena arrivato ti recidono e ti annodano l’amato cordone, quindi principi ad avvertire fame sete e freddo: benvenuto in questa valle di lacrime! Inevitabile che il neofita dell’esistenza prima o poi cominci ad interrogarsi sulle ragioni di tanta rinuncia, di tanta perdita! La cultura cattolica, per non smentirsi, ti imputa la responsabilità, non solo: se non ti affretti a mondarti del tuo peccato ti vedi preclusa la possibilità anche solo di ambire ad un ritorno nel tuo luogo di elezione, e comunque dovrai soffrire in silenzio per meritartelo. Non che le altre religioni la facciano poi più facile, in ogni caso la colpa va espiata, come scrive Ungaretti: la morte si sconta vivendo (“Sono una creatura”), riprendendo in qualche modo concezioni all’origine del pensiero greco (il riferimento ad Anassimandro è ovvio).

Quello che sostengo, per tornare alla tesi di apertura, non è un altro punto di vista nei confronti del come riconquistare il cielo, ma la denuncia del fatto che non dobbiamo riconquistarlo, dobbiamo renderci conto di non averlo mai perduto, siamo noi qui ed ora il nostro Paradiso. Lo so, anche il più accorto dei mie lettori sta sorridendo: “E sarebbe un paradiso il mondo in cui viviamo?” Domanda lecita quanto fondata. Ebbene, la risposta è si, solo che il nostro sguardo vigliacco, assuefatto all’inganno del sistema, non sa più coglierlo. Siamo tutti prigionieri di un campo profughi nel quale stabiliamo regole perverse e castranti, terrorizzati dall’idea di libertà, osserviamo il cielo con rimpianto senza saper vedere le ali immense che abbiamo dimenticato dietro le spalle, ci regaliamo qualche attimo di felicità per poi avvertire un profondo senso di colpa: ce la meritiamo? Non stiamo forse pretendendo troppo per quel poco che siamo? E chi lo dice che siamo poco? Se solo avessimo di nuovo il coraggio di concederci alla libertà, all’amore, senza limiti, senza censure, senza divenire vittime delle frustrazioni di chi sa solo giudicare perché incapace di regalarsi gioia e così, afflitto dal proprio fallimento, non sa più fare altro che tentare in tutti i modo di penalizzare chi vorrebbe provare a spiccare il volo.

È la vittoria del risentimento, come direbbe il mio buon amico Federico Nietzsche. La maggioranza dei mediocri, spaventata dalla troppa luce della libertà, ha inventato una azienda che produce occhiali da sole così efficienti e leggeri che si comincia ad usarli appena nati e, col tempo, non ci si accorge più che il grigio intorno non è la realtà, ma la poca luminosità canonizzata dai produttori di occhiali che, dotati di scarso slancio vitale, per dirla con Herman Hesse, o, per rimanere nella nostra allegoria, dotati di una vista sfuocata, vivono inutilmente nel crepuscolo. Ma non è inevitabile tutto questo, anzi, è possibile invertire il senso dell’incedere che è regressivo per riprendere il cammino nella luce, molti già lo fanno, la responsabilità è solo nostra. Come afferma il mo grande amico Gershom Freeman : “Io so come sarà il mio paradiso: incontrerò tutta la gente che ho amato circondato dai sorrisi che ho regalato”, ed ancora, come non ricordare le illuminanti parole del Mahatma Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere per il mondo”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
26 Giugno 2019 alle 9:16
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