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Il nuovo, tra Bolaño, i Greta Van Fleet e gli Who

"L'Angolo dei Curiosi" è la rubrica per chi è desideroso di vedere, ascoltare, conoscere: ogni giovedì con Daria Croce e Giulia Grenno

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Il nuovo, tra Bolaño, i Greta Van Fleet e gli Who
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“L’Angolo dei Curiosi” è la rubrica di IVG a cura di Daria Croce e Giulia Grenno per chi è desideroso di vedere, ascoltare, conoscere, ritrovarsi o dissentire.
A Daria e Giulia piacciono il profumo dei libri, il rumore della puntina che tocca il vinile, il buio in sala quando sta per iniziare un film, l’odore delle cartolerie, il ticchettio della macchina da scrivere, i ritratti in bianco e nero, le prospettive diverse, fermarsi col naso all’insù.
Se ti piace almeno una di queste cose, prenditi una pausa insieme a noi.

A Giulia e alla sottoscritta piace curiosare tra le novità.
A questo proposito, c’è una frase di Roberto Bolaño (presa da “Il gaucho insopportabile”) che mi ronza spesso in testa: “il nuovo, quello che è sempre stato lì”.
Mi piace perché le attribuisco una duplice interpretazione: da un lato, il nuovo inteso come indissolubile dal passato, come una nuova versione di quello che già esisteva; dall’altro, il nuovo “soggettivo”, ossia la scoperta di qualcosa che già esisteva, ma la cui rivelazione la fa apparire come una novità folgorante e inaspettata.
Provo a spiegarmi meglio con due esempi presi dalla musica.

Per la prima interpretazione mi rifaccio ai Greta Van Fleet, fondati qualche anno fa dai tre fratelli Kiszka insieme al batterista Danny Wagner. La prima volta che ho sentito un loro pezzo in radio, mi sono fermata per catturarlo con Shazam: per un attimo mi era sorto il dubbio fossero i Led Zeppelin e che mi fosse sfuggito un brano dell’epoca d’oro dei primi quattro album firmati da Page, Plant, Bonham e Jones.
Con mio sommo stupore, scoprii che si trattava dei Greta Van Fleet, una band di giovanissimi che si rifaceva in maniera sfacciata (ma tecnicamente impeccabile) agli Zeppelin. A parte i soliti detrattori che attaccano a suon di “come si permettono questi di scimmiottare il più grande gruppo rock del mondo”, pare che i Greta Van Fleet piacciano molto, non solo ai rocchettari più agée, ma anche ai loro coetanei.
Se questo vuol dire continuare a diffondere il verbo del rock’n’roll anche ora che boccheggia più che mai, ben vengano. Inoltre, se i biglietti del tour sono andati sold-out in pochi minuti, significa che questi ragazzi hanno capito come arrivare al cuore della gente.

Per la seconda interpretazione, che richiama una concezione del nuovo decisamente più soggettiva, tiro in ballo nientemeno che gli Who.
I gusti musicali cambiano o, meglio, si evolvono. Può anche capitare che ci si rinchiuda in un recinto di pregiudizi che impedisce di cogliere le meraviglie al di là del cerchio.
Il buio non è oltre, ma al di qua della siepe, e il cervello butta nel ripostiglio tutto ciò che ritiene non vada a genio a lui e a tutti gli altri organi a cui deve passare già troppe informazioni.
Accadde così, nel mio caso, con gli Who e tuttora fatico a spiegare il motivo di questo rifiuto. Ho il dubbio di aver ascoltato per caso, tanto tempo fa, un brano del loro concept album più celebre (“Tommy”), trovandolo eccessivamente ostico. Tuttavia, lo scorso inverno, mi sono innamorata perdutamente di “The Who Sell Out” (1967) e di “My Generation”, l’album di esordio del 1965.
Da quel momento la mia passione per loro ha continuato a gonfiarsi come una mongolfiera e, se volete provare a innamorarvi anche voi di Pete Townshend e compagni, vi consiglio il meraviglioso documentario di Netflix “Amazing Journey: The Story of The Who”.

Partendo da Bolaño, passando per i Greta Van Fleet fino ad arrivare agli Who, il punto fondamentale è: non smettiamo mai di accogliere il nuovo, anche quello che è sempre stato lì.

“L’Angolo dei Curiosi” è la rubrica per chi è desideroso di vedere, ascoltare, conoscere, ritrovarsi o dissentire, ogni giovedì a cura di Daria Croce e Giulia Grenno: clicca qui per leggere tutti gli articoli

Daria Croce
15 Novembre 2018 alle 14:00
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